sabato 20 maggio 2017

PER MIA FIGLIA (Ares, Poseidone, Alcippe, Alirrozio)


Attenzione: il racconto contiene scene che potrebbero impressionare.







   Ad Alcippe restava poco: tre, forse quattro minuti di confortevole normalità fatta di passi, profumo di mare e caldi raggi di sole tra i capelli; un lasso di tempo che una fanciulla di sedici anni non avrebbe mai potuto apprezzare appieno perché scontato, ovvio, impossibile da valorizzare nella sua banalità. Ma se anche avesse saputo con quanta efferatezza il male l’avrebbe aggredita di lì a una manciata di istanti, Alcippe non si sarebbe fermata a ringraziare gli Dei per la quiete offertole quella giornata, per il buonumore, per le simpatiche nuvolette a batuffolo che galleggiavano qua e là come sbuffi di fumo bianco, nel cielo vasto e blu del primo pomeriggio. La porzione di esistenza tra la pace e l’inizio dell’orrore sarebbe stata svuotata di ogni significato, perché la giovane avrebbe pensato a una cosa sola: correre, correre e ancora correre, fino a porre tra sé e il mare una barriera insuperabile fatta di case, recinti, alberi e monti. Avrebbe corso fino a sentire il ventre piegarsi per i crampi, fino a percepire alle proprie spalle una smisurata e rassicurante distanza che le rendesse impossibile scorgere anche solo una goccia di quelle azzurrissime acque marine, e solo allora, scoprendosi al sicuro, avrebbe permesso al proprio fragile corpo di crollare a terra, e il sollievo dello svenimento sarebbe stato dolce e avvolgente, come un abbraccio a lungo desiderato.
   Ma niente di tutto ciò sarebbe mai accaduto e Alcippe, inconsapevole e spensierata, proseguì per la sua via.  
 

   Stava passeggiando su una piccola spiaggia nascosta tra le insenature costiere dell’Attica del sud: una mezzaluna bianca, rocciosa e ruvida, stretta tra il mare e la selvatica e odorosa vegetazione del Mediterraneo. Non c’era nessuno e l’aria era densa delle sottili voci della natura: il sussurrio della brezza tra le fronde; lo stridulo richiamo dei gabbiani in volo sopra le acque; lo sciabordio delle onde che spumose sommergevano i ciottoli della battigia. Ovunque regnava una placida e pigra atmosfera nella quale Alcippe si sentiva pienamente a suo agio, nonostante stesse posando i piedi su quella spiaggia per la prima volta.
   Era il calore delle terre attiche a darle sicurezza. In quanto figlia di Aglauro, principessa ateniese, la fanciulla era cresciuta in Attica e ogni polis della regione, ogni monte, baia, campo e persino albero per lei era casa, ragion per cui non poteva sentirsi fuori luogo o smarrita, neppure su quella spiaggia ancora tutta da esplorare. E poi, Alcippe lo spirito dell’avventuriera lo aveva sempre avuto; quella prorompente voglia di muoversi, di toccare, scoprire, saltare e stancarsi che, quand’era piccina, aveva fatto impazzire di preoccupazione le sue povere balie. Certo, era femminile, sorridente e di modi garbati come sua madre, ma in certi momenti si percepiva pulsare in lei un’energia fuori dal comune, una specie di brio atletico assai inconsueto per una giovinetta che mai si era cimentata nelle discipline sportive. Ma questa innata voglia di movimento non era frutto del caso, quanto piuttosto un prezioso dono di sangue, perché Alcippe non era una semplice fanciulla di nobili origini; una qualsiasi tra le innumerevoli principesse sparse qua e là per l’Ellade.
   No.
   Lei era figlia di Ares, il sanguinario e crudele Dio della guerra.
   E lo sapeva.
   Alzò una mano per proteggersi gli occhi dal sole e si voltò verso gli arbusti che contornavano la spiaggia. Le piaceva moltissimo il profumo che sentiva entrare nelle narici ad ogni respiro: odore di sale, rovi e foglie d’ulivo. Genuina fragranza di luoghi meravigliosi. Fu sul punto di riprendere a camminare, quando notò una roccia dalla quale sporgeva un groviglio di foglie verdi e piccoli fiori viola. Si avvicinò, tese il braccio e sfiorò con le dita il fogliame, avvicinando un fiore al viso per vederlo meglio. Un’ape, sbucata da chissà dove, prese a svolazzarle intorno alla testa, ronzando. Alcippe non se ne accorse neppure: stava cercando di ricordare il nome di quella pianta selvatica. Ma c’era dell’altro, lo sentiva; qualcosa di più profondo, come un bel ricordo dimenticato.
   «Violaciocca» sussurrò chiudendo gli occhi, mentre immagini e sensazioni sbiadite tornavano dai meandri dell’infanzia a farle visita. Le frastagliate montagne della Tracia all’orizzonte; il cielo tuonante e gonfio di pioggia, pronto a scaricarsi; il mantello sulle spalle di suo padre, che si apre e l’avvolge per proteggerla dall’acquazzone che sta per arrivare. E quello stesso groviglio di foglie e fiori viola, ai margini del sentiero ghiaioso sul quale scricchiolano i loro passi; il suo braccino che improvvisamente si allunga, attratto da quella bellezza; e quella voce maschile, ferma ma disponibile
   (vuoi quello?)
   che dall’alto scende su di lei, nascosta nell’ampio mantello. E infine quel movimento, di corpo divino e possente che si china, e di braccio che strappa, veloce.
   (tieni)
   Alcippe aprì gli occhi e si scoprì a sorridere: quel giorno suo padre le aveva schiaffato in mano un’intera pianta di violaciocca, con tanto di radici sporche di terra; un gesto brusco e distruttivo, degno del Signore di tutti i guerrieri. Ma lei, per quanto piccina, era riuscita a percepire la premura goffa che si celava oltre l’apparente violenza e con cura aveva cominciato a estrarre da quell’intrico di foglie i fiori più belli, lasciando cadere a terra tutto il resto. Infine aveva ripreso il sentiero, col passo lento dei bimbi concentrati, mentre sul pesante mantello che l’avvolgeva battevano le prime gocce di pioggia.
   Stimolata da quel ricordo piacevole, uno dei pochi degli sporadici incontri avuti con suo padre in tutta la vita, Alcippe staccò dalla violaciocca un fiore, se lo fissò sopra l’orecchio e tornò a passeggiare lungo la battigia. Schermandosi di nuovo gli occhi con la mano, lanciò un’occhiata al mare piatto e blu: la luce bianca del sole sfrigolava sulla liquida superficie, offrendo all’osservatore uno splendido gioco di riflessi, come se qualcuno avesse versato sulle acque della fine polvere di diamanti. Stuzzicata da quel vivace panorama, Alcippe si sfilò i sandali, li posò a terra e, dopo essersi sollevata la tunica fino a scoprire le ginocchia, mise i piedi in acqua, lentamente. Subito la schiuma delle onde le avvolse le caviglie. Quanta freschezza! Che squisita sensazione di refrigerio! Il sole stava cominciando a picchiare e una rinfrescata veloce a gambe, braccia e collo era quasi d’obbligo per poter godere appieno di quella passeggiata solitaria all’aria aperta.
   Alcippe avanzò di qualche passo, fino ad avere l’acqua a metà polpacci. I ciottoli sotto ai suoi piedi erano piccoli e lisci; il manto sottomarino inclinato, tipico delle coste che conducono subito al mare profondo. Avanzò ancora e con le onde che quasi le lambivano le ginocchia si fermò, piegò la schiena e con una mano a raccogliere l’acqua, e l’altra a tenere sollevati gli orli della veste, cominciò a rinfrescarsi. Perle liquide e brillanti le scivolarono giù per il collo, scomparendo tra i piccoli seni coperti dalla stoffa; i folti capelli castani, che quella mattina le ancelle le avevano accuratamente raccolto sulla nuca, s’impregnarono del profumo salino del mare. Qualcuno l’avrebbe sgridata quella sera, nel vederla tornare con la bella veste spiegazzata e le gote rosse di sole come quelle di una contadina, ma ad Alcippe non importava. Su quella spiaggia, con le onde a solleticarle le gambe, si sentiva felice. Tutto il resto era secondario.
   Ad un certo punto, i suoi occhi si posarono su qualcosa d’insolito che spuntava oltre l’azzurra superficie, là dove l’acqua iniziava a farsi più profonda; qualcosa dall’aspetto molliccio e scuro, che sospinto dalle onde si stava avvicinando a lei. La fanciulla pensò a un piccolo agglomerato di alghe e con tranquillità tornò a rinfrescarsi la pelle: non era tipa da farsi impressionare da un misero ciuffo di piante marine, neppure se queste le si fossero appiccicate agli stinchi. Ma, quando con la coda dell’occhio percepì quella cosa andare innaturalmente contro la direzione delle onde, ora un po’ inclinata a causa della brezza che soffiava da sud, Alcippe alzò il viso e notò che l’agglomerato stava puntando proprio nella sua direzione, come uno squalo lanciato contro la sua preda.
   Allora capì di essersi sbagliata.
   Quei ciuffi viscidi e neri non erano alghe.
   Erano capelli.
   …?!
   Alcippe non fece in tempo a digerire quell’inquietante pensiero che dal mare emerse una testa d’uomo. Sussultò. Per lo spavento la veste le scivolò dalle dita, i suoi orli s’infradiciarono, mentre dalla superficie acquosa andava ergendosi una figura sconosciuta: spalle larghe, braccia, torso robusto. In un batter d’occhio, su quella spiaggia Alcippe non era più sola.
   «Buon pomeriggio» la salutò l’uomo, con un sorriso incorniciato di folta barba nera.
   Alcippe rimase ferma per qualche momento con gli occhi sbarrati, poi si riprese e liberò un lungo sospiro. «M-mi avete spaventata…» mormorò imbarazzata, scrutando lo sconosciuto a testa bassa.
   Era un uomo adulto, con occhi piccoli e penetranti, più neri del carbone. I capelli erano ricci e piombi d’acqua; la pelle, azzurrina e lucida, brillava come il dorso argenteo dei pesci del Mediterraneo; il corpo, all’apparenza nudo, era ritto e ben piazzato come quello di un nuotatore. Le onde gli lambivano morbidamente l’ombelico e Alcippe, poco più indietro rispetto a lui, nel considerare la sua struttura fisica pensò che doveva essere molto più alto di quanto non sembrasse e che, sottacqua, stesse tenendo le gambe piegate, perché da quella distanza ravvicinata loro due non potevano in alcun modo essere alti uguali, nonostante il fondale inclinato.
   «Spaventata?» ripeté l’uomo, accarezzandosi la barba crespa e umida. Gli piaceva l’aria intimidita che emanava quel giovane corpo di donna. Gli piaceva molto. «E perché mai? Non sei una semplice mortale, perciò perché ti sorprende tanto vedere una creatura del mare emergere dalle acque?»
   Alcippe rivolse allo sconosciuto un’occhiata interdetta. «Chi siete? Ci siamo per caso già conosciuti?» domandò, visibilmente sorpresa.
   Lui allargò il suo sorriso; un sorriso sgradevole e losco, di quelli che nascondono cattive intenzioni. «Mi chiamo Alirrozio e sono figlio del potente Poseidone, Dio di tutti i mari e Signore dei terremoti. Non conosco il tuo nome, fanciulla, ma so che sei una mezzosangue. Lo percepisco nettamente.»
   Alcippe strinse gli occhi, incapace di cogliere il significato di quelle parole. «N-non capisco…» balbettò.
   «Probabilmente sei troppo giovane per riuscire a riconoscere i tuoi simili dal calore divino che essi emanano. O magari non ci hai mai provato.» Come in contemplazione, Alirrozio continuava ad accarezzarsi la barba, torcendone i riccioli. «Come ti chiami?»
   «Alcippe.»
   «Sei carina, Alcippe. Molto ben fatta.»
   La fanciulla abbassò istintivamente gli occhi; le sue labbra si tesero in un sorriso di circostanza. Non sapeva cosa dire.
   Alirrozio respirò il suo disagio e sentì l’eccitazione crescere. «Chi sono i tuoi genitori?» domandò.
   «Mia madre è Aglauro, principessa di Atene della dinastia di Cecrope.» Alcippe fece una pausa, domandandosi per un istante come avesse fatto il suo tranquillo pomeriggio in solitudine a trasformarsi in quell’insolita situazione. Poi continuò: «Mio padre invece è Ares, Dio della guerra e Signore dei Traci.»
   «Ares il barbaro!» Il semidio inclinò il capo crespo e ridacchiò. «Non l’avrei mai detto. Non hai nulla del suo volto incarognito… e questo è un bene.»
   Alcippe trovò quel commento molto sgradevole, ciononostante continuò a sorridere per educazione. «In realtà, mio padre qualcosa mi ha donato. I miei occhi, per esempio, pur essendo verdi come quelli dei discendenti di Cecrope, sono screziati d’ambra, perché lui ha gli occhi ambrati e…»
   «Mi piace molto come muovi le labbra quando parli…»
   Alcippe si sentì pervadere da un pungente senso di malessere; un misto di imbarazzo e fastidio. Il suo sorriso vacillò, lo sguardo sprofondò ai bordi della candida veste, trascinati avanti e indietro dalle schiumose onde del mare. Non era abituata a ricevere simili apprezzamenti e non sapeva come gestirli.
   «Dico davvero, Alcippe. Hai una bellissima bocca… così femminile e innocente.» Il semidio si avvicinò alla sua preda alzandosi improvvisamente di statura. «Mi domando che sapore abbia…»
   Alcippe sobbalzò, colta di sorpresa da quell’avvicinamento repentino e dalla visione che le si parò davanti. Al di sotto dell’ombelico di Alirrozio non c’erano due gambe atletiche bensì due grosse pinne grigie, ricoperte di scaglie: due estremità muscolose e lunghe, che ora permettevano al semidio di godere della posizione eretta al pari di un bipede. E sull’intima linea di mezzo, tra la pelle azzurrina del basso addome e l’inizio delle scaglie caudali, il suo fallo svettava fiero e virile, e Alcippe non poté fare a meno di notarlo. Bluastro e gonfio, a metà strada tra un organo umano e marino, puntava contro di lei con fare minaccioso, come un’arma pronta a colpire. Uno spettacolo insopportabile.
   Alcippe indietreggiò. Il corpo rigido, stretto nelle spalle; il cuore che, battito dopo battito, sembrava salirle in gola. Da bizzarra che era, quella situazione si era fatta soffocante e adrenalinica, come l’aria pesante ed elettrica che aleggia sopra i campi prima della tempesta. «Si è fatto m-molto tardi…» balbettò, indicando col pollice alle proprie spalle. «Le mie ancelle mi stanno aspettando per la visita pomeridiana al tempio e temo siano in pensiero. Sarà meglio che vada…»
   Alirrozio, ora altissimo, avanzò verso di lei, obbligandola a indietreggiare. Gli occhi piccoli e scintillanti di cattiveria; il sorriso volgare, da bestia eccitata. Tutto di quella piccola femmina lo faceva impazzire, persino il modo discreto con cui tentava di sfuggirgli. «Perché menti, Alcippe? Ti metto forse a disagio?»
   «N-non sto mentendo!» Alcippe uscì finalmente dal mare, ma si trovò costretta a indietreggiare ancora, schiacciata dall’imponente figura del semidio che, ritto sulle pinne caudali, continuava a starle addosso coprendola d’ombra. «È la verità, mi aspettano…» aggiunse, sperando di suonare abbastanza convincente.
   Alirrozio le posò una mano sul fianco, cercando di avvicinarla morbidamente al proprio corpo nudo. «Scommetto che sei vergine. È per questo che fai la ritrosa.» sussurrò lascivo. «Ma non devi aver paura…»
   Alcippe, al culmine della sopportazione, sgusciò via da quell’abbraccio non gradito e indietreggiò di un altro passo. Il suo viso era bianco e umido di sudore freddo; gli occhi gonfi di lacrime. Scagliò al semidio un’occhiata diretta, la più dura e perentoria che riuscì a lanciargli. «Devo andare. Addio.»
   Alirrozio la afferrò per il mento, bloccandola e fissandole voglioso la bocca. «Sei proprio carina…» Le posò l’altra mano sul seno, palpandolo oltre la stoffa. «Carina e vergine…»
   «Non toccarmi!» Alcippe si liberò ancora, stavolta più bruscamente, e rapida incrociò le braccia sul seno, a mo’ di protezione. Era furiosa e terrorizzata, come mai le era capitato di sentirsi in tutta la sua giovane vita: quel mostro voleva farle del male. «Lasciami in pace e non azzardarti a seguirmi!» esclamò con voce rabbiosa, poi gonfiò i polmoni d’aria e si voltò di scatto, pronta a fuggire. Poteva farcela: a differenza del semidio, lei aveva un fisico progettato per la corsa.
   Ma lui, con uno scatto inaspettato, l’afferrò per un braccio e da quel momento la situazione degenerò.
   «Lasciami!» gridò di nuovo Alcippe, improvvisamente stretta in un abbraccio saldissimo. Sentiva il caldo respiro del semidio sul collo; il fallo duro ed eretto che le premeva addosso, tra le cosce coperte dalla tunica. «Lasciami subito! Lasciami!» Isterica, tempestò di pugni quel torace nudo e azzurrino, cercando di allontanarlo da sé, e quei colpi, incredibilmente energici per una fanciulla, mozzarono per qualche secondo il fiato al figlio di Poseidone.
   «Piccola puttanella! Ora sì che si vede che sei figlia di Ares!» Alirrozio le bloccò entrambi i polsi in una sola mano. Sorrideva, nonostante la sua preda continuasse a divincolarsi come impazzita. «Smettila di fare la scema… vedrai tra un po’ quanto ti piacerà…»
   Tentando di liberarsi da quella morsa, Alcippe riuscì chissà come a graffiare la guancia al suo assalitore, a fondo. Infastidito da quel gesto, lui la spinse brutalmente a terra e subito la coprì. Alcippe fu folgorata dal dolore dei sassi sulla schiena; il corpo del semidio, così imponente e pesante, la fece sentire minuscola, inerme, senza speranza. Non aveva scampo e, quando Alirrozio le strappò la veste all’altezza dei seni, la disperazione ebbe la meglio e la giovane scoppiò in lacrime. Quell’orribile rumore di stoffa lacerata, il suono della violenza, sarebbe rimasto impresso nella sua mente per sempre.
   «Lasciami, maledetto! Lasciami!» Per quanto scossa, Alcippe continuò a lottare e con le ginocchia tentò di colpire il suo stupratore sui fianchi. «Lasciami andare!»
   «Avanti, sta’ buona…» Alirrozio le cinse una gamba con una delle sue grosse code, forzandola a divaricare le cosce. Alcippe tentò di richiuderle, ma non poté fare nulla: il semidio era troppo forte. «Così ti voglio… bella aperta…»
   «Noooo! Ti prego!» Alcippe, col viso che grondava lacrime e sudore, si contorceva a più non posso, folle dei più intensi stati d’animo che cuore di donna potesse sopportare: terrore, ira, umiliazione, disgusto; un flusso di sofferenza nera e accecante, che come sangue bollente le pulsava in tutto il corpo. Quel mostro la stava consumando. «Lasciami! Lasc-»
   Alirrozio la baciò sulle labbra a forza, mentre con la mano le sollevava la veste. Alcippe si dimenò, cercando di sfuggire a quella bocca calda che, appiccicosa come una sanguisuga, le succhiava le labbra, ma il semidio riuscì di nuovo a paralizzarla, afferrandola per i capelli e rovesciandole indietro la testa. Lei sussultò per il dolore, mentre lui le strappava di nuovo la tunica, stavolta più in basso. Quel mostro aveva solo due mani ma sembrava averne cento. E nella foga dell’aggressione, Alcippe sentì l’acconciatura sciogliersi sui sassi tiepidi e duri; la violaciocca sopra l’orecchio sgualcirsi e spargere i suoi piccoli petali viola dappertutto. Innocenza perduta per sempre, al pari della sua verginità, sul punto di essere colta.
   E non appena le dita di Alirrozio le strapparono la fascia di cotone che le avvolgeva i fianchi e l’intimità, Alcippe ebbe un fremito violento; uno scatto di muscoli che le permise di ruotare il collo e sfuggire alla lingua di lui. Allora, con la testa ancora rovesciata all’indietro, implorò a gran voce l’intervento dell’unico Dio che, forse, avrebbe potuto alzare un dito per salvarla.
   «O potente Ares, Signore di tutti i trucidatori! ACCORRI A SALVARMI, TI PREGO!»
   Alirrozio accolse quel grido d’aiuto con una risata sprezzante. «Urla quanto vuoi, fanciulla, ma sappi che quel barbaro di tuo padre non verrà. Nessuno verrà per te.»
   «Aiutami, Padre mio! Aiutami!» Col sapore salato delle lacrime sulle labbra, Alcippe continuò a urlare. «Liberami da questo mostro, tu che puoi! Ti scongiuro!»
   Alirrozio, ora serio in volto, pensò che non fosse il caso di correre rischi. Mollò i capelli di lei e le schiaffò la grossa mano sulla bocca, per soffocare quel grido. Alcippe scattò di nuovo, con meno energia: le forze la stavano abbandonando. Si sforzò, lottò e infine riuscì a liberarsi la bocca; una frazione di istante prima che Alirrozio gliela chiudesse di nuovo, ma tanto le bastò a supplicare aiuto un’ultima volta.
   «Salvami, Padre mio! SALVAMI, TI PREGO!»


   Ares sollevò il capo. Gli occhi tondi e accesi; la bocca schiusa per lo stupore. Lanciò uno sguardo tutt’intorno, istintivamente, e vide quanto già conosceva: cavalli, stallieri, scuderie, alberi verdi e altissimi.
   Si trovava sulla cima del Monte Emo, in Tracia, dove erano custoditi alcuni dei suoi stalloni migliori: bestie veloci e robuste, che spesso trainavano sui campi di battaglia il suo scintillante cocchio d’oro. E anche quel giorno il Dio aveva una battaglia ad attenderlo, una guerra tra Spartani e Argivi ormai giunta all’ultimo atto. Avrebbe combattuto poco o niente e lo sapeva. Gli Argivi erano stati sterminati dagli opliti guidati da re Cleomene e i pochi sopravvissuti si erano rifugiati in un fitto bosco, poco distante dal campo di battaglia; un bosco che l’ambizioso re spartano contava di dare alle fiamme prima di sera. Certo, qualche orgoglioso sarebbe uscito e avrebbe sferrato colpi fino alla morte; qualcun altro avrebbe scagliato frecce su frecce, tentando di respingere il nemico, ma la maggior parte dei soldati avrebbe tentato la fuga tra gli alberi, trovandosi intrappolata nel bosco incendiato. Allora tutto sarebbe finito, con la scontata e meritata vittoria di Sparta, e Ares, dopo aver infervorato per giorni i cuori dei soldati di Cleomene a lui tanto devoti, non poteva mancare al momento del trionfo, a prescindere dalla durata dello scontro.
   Ma quando udì quella voce salire dalla terra e spargersi nel cielo, il Dio sanguinario dimenticò gli impegni che lo attendevano. Fu come se il mondo, il suo mondo, si fosse improvvisamente fermato affinché lui potesse cogliere quella preghiera. Si portò una mano all’elmo, in bilico sulla fronte, e lo spostò indietro scoprendo di più le orecchie. Il minaccioso cimiero nero, in crine di cavallo, ondeggiava ad ogni soffio di vento; il mantello rosso sangue, dalle orlature in oro, sfarfallava morbidamente sulla virile armatura di bronzo. Il Dio aveva bisogno di capire, di sentire meglio, ma il suo sguardo, dapprima smarrito, si era già spostato verso sud, dove a un centinaio di cubiti di distanza gli alberi lasciavano il posto ai dirupi e alla nuda roccia. Avanzò di qualche passo. Alle sue spalle servitori e stallieri andavano avanti e indietro uno più indaffarato dell’altro, chi affilando le lame delle armi, chi preparando la maestosa quadriga.
   E d’un tratto, Ares sentì di nuovo quella voce piangente. Quella straziante implorazione di donna.
   Padre mio, AIUTAMI! TI PREGO!
   Il suo cuore sobbalzò, il dubbio iniziale si fece solida certezza: era Alcippe.
   Questo mostro mi stupra! Padre!
   Ed era in pericolo.
   Ares non ragionò. Sfilò una spada dalle mani di un servo, si calò l’elmo sul volto e si lanciò in una folle corsa in direzione sud. Alberi, cespugli, grovigli di rami: la foresta si squarciò al suo passaggio, l’aria si riempì d’un caos vegetale e polveroso, tutto foglie e frammenti di legno. Con un colpo secco dell’avambraccio, il Dio spaccò in due l’ennesimo tronco che gli si parò davanti, mentre sotto ai sandali il terreno erboso lasciava il posto alla roccia. E finalmente vide l’azzurro del cielo di fronte a sé e il verde dei colli che stringevano il monte Emo tutt’intorno.
   Era sul precipizio.
   Fletté i muscoli delle possenti cosce e saltò. Come preziosi cimeli di bronzo, elmo e armatura scintillarono alla luce diretta del sole; il vento della montagna, che sulla vetta imperava tormentando fronde e nuvole, cessò di soffiare, quasi volesse intralciare il meno possibile il salto del Dio vendicatore. E sotto quel corpo massiccio, che col suo divino splendore stava ora tracciando uno sfavillante arco dorato nel blu del pomeriggio, le terre dell’Ellade scorrevano rapide come ruscelli: Tracia, Calcidica, Magnesia, Eubea… Come gli Dei celesti suoi pari, che all’occorrenza saltavano giù dal monte Olimpo discendendo nel regno dei mortali, anche Ares era capace di coprire con un solo balzo distanze immense e, ogni volta che saltava, raggiungeva la sua destinazione senza ostacolo alcuno.
   Nessuno avrebbe potuto fermarlo, tantomeno in quell’occasione.
   Oltrepassò le verdi pianure della Beozia e tra un velo di impalpabili nubi basse vide apparire la sagoma sporgente dell’Attica. Discese, veloce come un masso in caduta libera; la terra sotto ai suoi piedi si fece grande, sempre più grande; tra il verde della vegetazione e l’azzurro liquido del mare comparve la bianca mezzaluna della costa. E finalmente, in quel mondo che andava ingrandendosi a velocità supersonica, Ares scorse la minuscola spiaggia dove si trovava Alcippe. Era esattamente sotto di sé.
   Si preparò all’impatto, con l’aria che gli premeva contro ostile e fredda come un’imponente cascata di fiume, quand’ecco che tra il bianco dei sassi notò due figure con la coda dell’occhio: due corpi sdraiati uno sopra l’altro come creature intente ad accoppiarsi selvaggiamente o a lottare con furia.
   Il tempo si ghiacciò e si sciolse con inaudita velocità, e in un batter di palpebre Ares si trovò a fissare la spiaggia ciottolosa. Nel corso degli eventi c’era spazio solo per l’azione. Tese i muscoli di tutto il corpo e, come una cometa piovuta dal cielo, si schiantò contro il suolo. L’impatto fu violentissimo. La terra vibrò, incassando il pesante e inaspettato colpo; un’esplosione di sassi schizzò verso il cielo, sollevando sbuffi di polvere fine.
   Alirrozio si voltò di scatto. Le sue pupille si dilatarono, incollate su quella guerresca figura. Alcippe, con gli occhi traboccanti di lacrime, si girò a sua volta, ricevendo all’istante una scarica di dolore alla testa: parte dei suoi capelli erano stretti tra le dita del semidio. Eppure quella fitta la sentì appena, tanto intenso fu il sollievo che le donò la vista di quel soldato vestito di bronzo, piovuto dal cielo come una stella.
   «Padre…» Cercò di gridare ma la voce le uscì rotta dal pianto. Ormai era allo stremo delle forze, annientata dall’invadenza di quel membro grosso e aggressivo che, alla fine, era riuscito a profanare la sua intimità.
   Inginocchiato a terra, in un cerchio affossato simile a un cratere, Ares sollevò il capo e vide sua figlia, coperta da quel corpo azzurrino e maschile dalle intenzioni inequivocabili. I suoi occhi d’ambra, contornati dalle fenditure oblunghe dell’elmo, si fecero di fuoco; una smorfia mostruosa e dentata, di rabbia primordiale e incontrollabile, gli storse la bocca. Scattò in piedi, coi muscoli gonfi di vigore omicida come un mastino pronto ad attaccare, e rizzò la spada, una splendida arma dalla lama doppia e lunga.
   Alirrozio avvertì un fremito di gelido terrore scuotergli la spina dorsale, ma fu solo un istante e subito recuperò il controllo di sé, tendendo le labbra in un sorriso spocchioso. Non doveva avere paura: lui era figlio di Poseidone, il temutissimo e rancoroso Dio di tutti i mari, al quale assai pochi ardimentosi avevano osato fare un torto. E forte di questa consapevolezza, il semidio aprì la bocca, già sentendo nelle orecchie le parole che avrebbe pronunciato per ricordare al barbaro di starsene al suo posto.
   Ma Ares, con un ruggito da far raggelare il sangue, si lanciò nella sua direzione.
   «RRRRRRAAAAAAAAAAAHHH!!!»
   Sgomento, Alirrozio si tirò su con la schiena, spingendo via Alcippe nel tentativo di fuggire, ma ormai era troppo tardi: con l’energia di un esercito intero, Ares lo travolse, strappandolo a forza dalla sua preda. Si schiantarono sui sassi, le due code del semidio guizzarono nell’aria come banderuole. Finalmente libera, Alcippe strisciò all’indietro, facendo leva sui gomiti sbucciati durante la colluttazione. Le girava la testa, ciononostante riuscì a vedere suo padre scaricare un pugno ben assestato sulla guancia di Alirrozio.
   Il semidio vide tutto nero. Un paio di denti gli saltarono via, lo zigomo schioccò sotto la carne come legno secco e duro. Il dolore di quel colpo fu atroce e Alirrozio sentì il fiato morirgli in gola. 
   «IO TI AMMAZZO!» Ares ruotò la spada, rivolgendone la punta contro il petto del suo nemico. Aveva dovuto trattenersi dall’utilizzarla subito, per timore di ferire Alcippe con la lama al momento dell’assalto, ma ormai il pericolo era scongiurato. Tirò indietro il braccio, pronto ad accoltellare, ed Alirrozio, pazzo di terrore, ebbe una reazione inaspettata, frutto del suo istinto di sopravvivenza: alzò una delle muscolose code e la scaricò con forza sul fianco del Dio, all’altezza del fegato.
   «Aghh!» Ares sussultò, colto alla sprovvista, e Alirrozio con un altro scatto riuscì a scaricarselo di dosso, strisciando a fatica in direzione del mare.
   Alcippe si sentì morire: quel mostro non poteva essere più forte di suo padre. Era impossibile.
   «CREDI DI CAVARTELA COSÌ?!» Ares si alzò di scatto, afferrò una delle code di Alirrozio e lo fece roteare, girandolo sulla schiena. Alzò di nuovo la spada. Gli occhi grandi e folli; il cimiero nero da sterminatore, che svettava sulla sommità dell’elmo.
   Terrorizzato e incredulo di fronte a ciò che stava accadendo, il semidio tentò di difendersi a parole, non potendo competere fisicamente col Signore della guerra truce. «Ab-bassa subito quell’arma, Ares!» gridò, cercando di mostrarsi calmo malgrado il cuore fosse sul punto di esplodergli. «R-ricorda che io sono figlio di Poseidon-»
   «NON ME NE FREGA UN CAZZOOOO!!!» Ares calò il braccio e tagliò di netto una delle code del semidio.
   «AAAAAHHHGGG!!!» Alirrozio urlò, trafitto da un dolore lancinante, mille volte più acuto di quello allo zigomo. Sangue color cobalto sgorgò a fiotti dalle arterie recise; il pezzo di coda monca saltellò su e giù sui sassi, scosso dagli spasmi muscolari, e infine si fermò. Ares lo calciò via, facendolo rotolare su se stesso, poi alzò il braccio e calò la spada sull’altra coda, tagliandola a metà. Il figlio di Poseidone gridò di nuovo, fino a sentire le corde vocali grattare in gola. La sofferenza di quella mutilazione era accecante. «T-tu sei pazzo! PAZZO!» Con occhi sgranati e pulsanti fissò il fiume blu che scorreva dai suoi arti troncati. «G-g-guarda c-cos’hai fatto…»
   Serissimo in volto, Ares scaricò un calcio sulle costole del semidio, spezzandogliene un paio. «Bastardo maledetto! STAVI STUPRANDO MIA FIGLIA! MIA FIGLIA, PEZZO DI MERDA!»
   Alirrozio cercò di parlare, ma non ci riuscì: una delle costole fratturate gli aveva perforato un polmone e ogni respiro, ora, gli costava grande sofferenza.
   «Io ti ammazzo! Ti sbudello e poi ti faccio a pezzi come il maiale che sei! Ma prima» Ares s’inginocchiò accanto al suo avversario, gli afferrò il membro e alzò di nuovo il braccio che stringeva la spada. Lo guardò negli occhi: un’occhiata accesa e spietata.
   Alirrozio sbiancò; le sue mani si alzarono tremanti, in segno di supplica. «N-n-n-no, ti prego! NO! NON FARLO! NON-»
   Ares calò il braccio e tagliò in un sol colpo il fallo bluastro del semidio: un affondo dritto e preciso. Alirrozio gridò, pazzo di dolore e adrenalina. Il fiume blu tra i sassi si fece più corposo, rifornito di nuovo sangue fresco. Con aria schifata, il guerriero guardò il membro reciso che stringeva nel pugno e lo lanciò in faccia al semidio accasciato a terra. Alirrozio lo sentì appena, tiepido e molle, urtargli contro il naso: la sua sensibilità corporea, la paura, l’istinto di sopravvivenza… tutto stava svanendo, risucchiato all’esterno da quelle gravi emorragie, e a colmare quel vuoto ora restava solamente un freddo penetrante: il freddo della morte imminente.
  Ares si accorse che il semidio stava scivolando verso l’oblio e si affrettò. Non voleva lasciarlo andare via così facilmente. Voleva vederlo soffrire. Affondò la spada nel suo torace più e più volte, squarciandolo con la foga di un macellaio impazzito. Alirrozio gorgogliò: gli occhi rivoltati all’indietro; la bocca piena di sangue; il corpo preda degli spasimi. Ares gli affondò un braccio nell’addome e ne estrasse parte dei visceri in un traboccare di sangue blu e caldo, poi si tirò su e con la spada proseguì nella sua opera di mutilazione, incapace di fermarsi: tranciò le code in pezzi, sfigurò il volto, recise le braccia e la gola. E in punto indefinito di quella tortura, Alirrozio morì emanando un ultimo, macabro rantolo.
   Il Dio, finalmente sazio di vendetta, lasciò cadere la spada sui sassi e rimase fermo per qualche secondo. Il respiro ansante per il furore dell’uccisione gli rimbombava dentro l’elmo, feroce come quello di un cinghiale.
   Era finita.
   Raccolse i resti del nemico, si voltò verso il mare e li scagliò tra le onde, che non appena accolsero quel corpo morto si fecero più bianche e spumose, come coinvolte in una bizzarra reazione chimica. Ares non ci prestò attenzione. Si voltò e si precipitò da Alcippe.
   Terrorizzata, la fanciulla si rannicchiò su se stessa: gli occhi strizzati; le braccia strette sul petto; il corpo che tremava tutto, come quello di un gattino inzuppato. Vedere cos’era capace di fare suo padre, respirare la sua furia omicida nell’aria, l’aveva scioccata.
   Ares si sfilò l’elmo, lo gettò a terra e a volto scoperto s’inginocchiò accanto a sua figlia, rivolgendole un’espressione addolorata. La tunica le pendeva a brandelli dal corpo, scoprendo i seni nudi e l’intimità; la pelle era coperta di graffi e lividi rossi; sul collo, bianco e sottile, era ancora presente il calco della mano di Alirrozio. Era straziata, come una poveretta sfuggita alle fauci aguzze di un leone. «Alcippe…» Ares le posò una mano sulla spalla, cercando il suo sguardo.
   Alcippe sussultò di nuovo, turbata da quel contatto, e con istintivo timore scrutò gli occhi ambrati del padre attraverso i ciuffi spettinati che le coprivano per metà il viso. E improvvisamente ogni paura l’abbandonò, portandola a sciogliersi in un pianto liberatore. «Padre…!» Gli si gettò tra le braccia e aggrappata a lui tentò di alzarsi in piedi, barcollando sulle gambe prive di forze. Ares l’aiutò. «Padre mio…»
   Il Dio si sfilò il pesante mantello e vi avvolse la figlia per coprirne le nudità, e di nuovo la strinse a sé, forte.
   «Q-q-quell’orribile m-mostro… m-mi ha… mi ha…» Alcippe s’interruppe, vinta dai singulti. Si portò una mano all’inguine, con evidente vergogna: la parti intime le dolevano per la violenza subita, più di tutte le escoriazioni e i lividi sparsi sul corpo. «Ho c-cercato di difendermi… m-ma lui era così forte e io…»
   «Sssshh.» Ares le rimboccò il mantello sopra la testa. Non era mai stato bravo con le parole, men che meno in situazioni simili, e anche in quell’occasione si trovò a credere che un lungo e caloroso abbraccio fosse assai meglio di qualsiasi frase fatta.
   Alcippe chiuse gli occhi, attaccata al corpo robusto di suo padre come se temesse di vederlo svanire da un momento all’altro. Le tremavano le labbra, le mani, le ginocchia, tanto era traumatizzata e debole, eppure il suo pianto si stava affievolendo, singhiozzo dopo singhiozzo: quelle possenti braccia, ancora sporche di sangue nemico, la facevano sentire incredibilmente al sicuro.
   Nessuno ti farà più del male. Il Dio posò la mano dietro la testa della figlia. Sta’ tranquilla…
   Confortata, Alcippe aprì la bocca, ma non fece in tempo a pronunciare quella dolce parola
   (grazie)
   che la terra sotto ai suoi piedi fu scossa da un tremendo terremoto. I sassi della spiaggia presero a battere l’uno sull’altro, come denti mostruosi; i verdi arbusti che contornavano la costa dondolarono le chiome a destra e a sinistra spargendo foglie dappertutto, mentre il sottosuolo ruggiva imbestialito. Alcippe gridò, terrorizzata fin dentro le ossa. Ares rizzò il capo, colto di sorpresa, e subito affondò i piedi tra i sassi, per meglio sopportare quegli scossoni. Strinse di più la figlia a sé, aiutandola a stare in piedi, e si voltò a guardare il mare dal quale sembrava avere origine quella scarica di energia. Aggrottò le sopracciglia, contemplando il totale mutamento di quello scenario: la tavola blu che con pigrizia srotolava le proprie onde sul bagnasciuga era scomparsa e ora, a stagliarsi contro la terra, vi era un ammasso d’acqua grigia e torbida, che sbuffava e ribolliva sollevando in aria alte creste di spuma bianca; un mare tempestoso e violento, che avrebbe potuto divorare l’intera spiaggia con una sola ondata.
   Il Dio pensò che fosse meglio condurre la figlia in un luogo più sicuro, quand’ecco che una voce rabbiosa e profonda si alzò dai flutti, aggressiva quanto le scosse che stavano tormentando la terra.
   «AAAREEEES!!!»
   Il guerriero si bloccò. Alcippe sollevò il capo, fissando il mare con occhi lucidi e smarriti. E improvvisamente, un’onda gigantesca corse velocissima contro di loro e li sovrastò, precipitandoli nell’ombra. Alcippe gridò e chiuse gli occhi; Ares tese i muscoli delle gambe, pronto a saltar via con la figlia tra le braccia. Accadde tutto in un istante. Una raffica umida e travolgente come vento bagnato li investì, scuotendo loro le vesti e i capelli, e poco prima che il Dio spiccasse il balzo tutto si fermò. La terra smise di tremare; l’aria si fece immobile ma carica di forza, come se l’Ellade intera fosse stata catapultata nell’occhio di un enorme ciclone.
   L’onda si era fermata.
   Ritta come le mura di una città inespugnabile, svettava di fronte ai due rovesciando su se stessa le proprie onde, in un continuo ricambio d’acqua. E sulla cima, in un trionfo di spuma e spruzzi, si ergeva il Signore di tutti i mari: il Dio Poseidone.
   Alcippe gli lanciò un’occhiata, poi tornò a serrare le palpebre: la vista di quel blocco d’acqua imponente e di quella figura truce sulla sommità le era insostenibile. Ares invece fissò il Dio dritto negli occhi, serissimo.
   «BARBARO MALEDETTO! BESTIA SCELLERATA!» Poseidone puntò il tridente dorato contro Ares. I capelli azzurri gli ondeggiarono sulle spalle; gli occhi, accesi d’odio, brillarono alla luce del giorno come pepite di ghiaccio. «Come hai osato uccidere MIO figlio?! 
   Ares rispose immediatamente, con voce fiera e sicura: «Tuo figlio era uno stronzo violentatore. Se l’è cercata!»
   Rosso in volto, Poseidone affondò la punta inferiore del tridente nell’acqua, e da dritta che era l’onda s’incurvò e si allungò verso il basso, simile a un’enorme lingua. «Non ti azzardare a usare questo tono con me!» gridò il sovrano, ora faccia a faccia col nipote. Il corpo unito al mare dall’ombelico in giù; gli occhi sempre più grandi. «Tracio arrogante! Animale senza onore! Hai fatto a pezzi mio figlio come fosse un vitello da squartare! Perché?! RISPONDI!!!»
   «Ha violentato mia figlia!» Ares si staccò di poco da Alcippe, quanto bastava a mostrare al Dio il suo corpo ferito. «Se l’è presa con la forza neanche fosse roba sua!»
   «Tutta qua?!» La bocca di Poseidone si piegò in una smorfia tra lo sdegno e l’incredulità. «Le femmine sono fatte per essere possedute, anche con la forza, se occorre! E tu lo sai bene, vero, Ares? Un barbaro come te chissà quante ne ha stuprate!»
   «Puoi dirmi quel cazzo che ti pare, non m’importa!» Ares si fece più minaccioso. Allungò un braccio su Alcippe, per tenerla indietro e proteggerla. «Quel pezzo di merda di tuo figlio meritava di morire! E piantala di recitare la parte del padre affezionato, ché a malapena ricordi il suo nome!»
   «STRONZO BORIOSO! MA CHI TI CREDI DI ESSERE?!» Poseidone sbatté il manico del tridente tra i sassi, facendo tremare la terra: una scossa breve ma intensissima, che fece cadere Alcippe, ma non Ares. E rapido, il Dio del mare puntò l’arma al collo del guerriero. «Sei figlio di Zeus e ciò ti infonde coraggio, ma sappi che questo non significa nulla per me! NULLA, HAI CAPITO?!»
   «Che vuoi fare? Ammazzarmi?» Ares sorrise, sprezzante più che mai.
   Poseidone si avvicinò a lui, fin quasi a sfiorargli il naso col suo. Voleva guardarlo bene negli occhi, trasmettergli tutto l’odio e la rabbia che provava. «Non ne uscirai indenne, Ares. Non ci pensare neppure. Mi appellerò alla saggezza di tutti gli Dei Olimpici affinché tu venga punito severamente.»
   Ares alzò una mano e allontanò il tridente dal proprio collo. «Buona fortuna, allora» replicò. «Sai quanto gliene frega a loro di quel mezzo pesce di tuo figlio.»
   «Parli come se sull’Olimpo stessi a cuore a qualcuno, a parte Afrodite.» Poseidone ritirò il tridente. «Persino i tuoi genitori ti detestano e sono certo che saranno ben felici di scaricarti da qualche parte, a scontare la tua condanna.»
   «Mpf.» Ares cercò di sorridere, ma non ci riuscì. Quel commento aveva toccato un tasto dolente. «Comunque fa’ quello che vuoi, chiama chi ti pare. Io non mi tiro indietro di fronte a nulla.»
   «Preparati, ci rivedremo molto presto. E non sarà bello.» Detto questo, Poseidone sprofondò nell’acqua, scomparendo alla vista come un delfino tra i flutti; l’onda curva e sospesa a mezz’aria si ritirò tra mille schizzi, tornando al livello del mare.
   Ares scrutò le acque, controllando che il Dio se ne fosse davvero andato, poi si voltò e aiutò Alcippe ad alzarsi. La fanciulla non disse una parola e, fragile e tremante, si limitò ad abbracciare suo padre. Di nuovo, Ares le rimboccò il mantello sopra la testa e stretto a lei, in silenzio, tornò a guardare il mare tempestoso. Quelle acque non si sarebbero calmate per un bel pezzo, tanto intensa era la furia che scuoteva il cuore del loro Signore, e nel contemplare quell’inesauribile forza, in grado di erodere le rocce senza mai cedere al richiamo della rassegnazione, Ares realizzò di essersi fatto un nemico molto potente.
   Poseidone, il figlio di Crono.
   Poseidone, il fratello di Zeus.
   Poseidone, il Dio suscettibile e rancoroso, che avrebbe fatto tutto ciò che era in suo potere per fargli pagare a caro prezzo il torto subito, a cominciare dalla scelta dei giudici. Perché se ad occuparsi di quella questione fossero stati per davvero gli Dei Olimpici, com’era ovvio pensare trattandosi di un caso di assassinio in famiglia, per Ares non sarebbe stato affatto facile sfuggire a una condanna. Sarebbe stata un’impresa al limite dell’impossibile, persino per un Dio.
   Ma abbracciato alla giovane figlia, che ancora faticava a trattenere le lacrime, il Signore dei Traci ricacciò indietro quel pensiero sgradevole.
   Aveva fatto la cosa giusta, ne era sicuro.
   E, al momento opportuno, lo avrebbe fatto capire a tutti, in un modo o nell'altro.


1 commento:

  1. Complimenti. Io amo molto la mitologia greca... Leggerò con interesse i tuoi racconti

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