domenica 5 marzo 2017

NATO DUE VOLTE - PARTE II (Zeus, Hermes, Dioniso)

   Attenzione: il racconto contiene scene che potrebbero impressionare






 Un’atmosfera elettrica, satura di ansia e timore, avvolgeva Tebe dall’alto stritolandola nella sua invisibile morsa. Le case di pietra grezza erano vuote; le strade gremite di tebani terrorizzati che gridavano e piangevano con le mani tra i capelli. Tutti avevano sentito il terremoto; quel tremendo boato che aveva fatto vibrare ogni mattone e che in un attimo li aveva scaraventati fuori dalle loro piccole abitazioni e botteghe, a cercare l’esterno. Era stato terrificante, ma anche rapido e squilibrato, come se tutta la potenza della scossa si fosse concentrata in un unico punto della città: il palazzo reale di Cadmo. Perché malgrado la paura e la violenza del terremoto, nessuna casa di Tebe era crollata; nessun tebano era rimasto ferito. La sciagura si era abbattuta proprio sulla dimora del re ed era là, alle mura del palazzo, che ora convergevano gli sguardi lacrimosi dei cittadini, e tutti si chiedevano cose ne sarebbe stato della città se l’amato fondatore e la sua famiglia fossero rimasti vittime di quella disgrazia. Dopotutto, lo spettacolo che si presentava davanti ai loro occhi non lasciava presagire nulla di buono: una parte del palazzo, quella più a est, dove si trovavano gli alloggi privati della principessa Semele, era irrecuperabilmente danneggiata e stava per collassare su se stessa; dalle finestre uscivano fumo nero e lingue di fuoco. Pochi minuti e di essa sarebbero rimaste solo macerie.
Giunto a Tebe, Hermes capì immediatamente dove doveva andare. Saettò sopra la folla e la frenesia di quella calca gli fu subito addosso: bambini urlanti, cani che abbaiavano, donne dal viso rosso e lucido che singhiozzavano e imploravano gli Dei. Il messaggero non li degnò di uno sguardo e si lanciò in direzione del palazzo; una scheggia dorata nel blu del pomeriggio. In pochi lo videro e lo riconobbero, tanto fugace fu la sua apparizione, ma quei pochi lo avrebbero in seguito ricordato, quando quel giorno e quegli eventi sarebbero sfociati nel mito e così consegnati all’eternità. Ma era ancora presto, la storia ancora in corso, e come una freccia scoccata dal cielo Hermes perforò la fitta coltre di fumo e fiamme che usciva dalle finestre della camera di Semele, e vi s’infilò dentro.
Subito lo accolsero il calore e il fuoco; nastri roventi, rossi e gialli, gli sfarfallarono addosso senza scalfirlo. L’aria era fosca e densa, il puzzo di bruciato pungente.
D’istinto, il Dio espanse la propria aura celeste; uno scatto di energia intensa, che come un’enorme bolla d’aria fresca spinse il fumo fuori dalle finestre, dando un po’ di respiro all’ambiente. Con la coda dell’occhio percepì la devastazione che lo circondava. Le fiamme si erano attaccate ovunque: tavoli, scranni, cassoni, tende. Gli ampi tappeti che coprivano il pavimento ardevano come paglia; il soffitto di pietra e legno, da cui piovevano cenere e scaglie di calce, aveva già ceduto sul fondo e due possenti travi erano crollate davanti alla porta, bloccandola con un muro di fuoco. Hermes sentiva le grida dall’altra parte della barriera: qualcuno stava tentando di entrare, ma le travi erano troppo pesanti.
Non era un suo problema.
Il suo unico problema era là, davanti a sé. 
Si passò una mano sulla bocca e si gettò verso il talamo al centro della stanza. Il fuoco ne cingeva la struttura in bronzo, tentando d’intaccarla; il materasso era in fiamme; polvere e scintille galleggiavano nell’aria torrida e crepitante, conferendo a quello scenario di distruzione un’atmosfera insolitamente bella. E su quel letto di fuoco, così simile alle pire funebri su cui ardevano i corpi degli eroi, Semele giaceva nuda e immobile, irrorata della luce dell’incendio. 

Facendo di nuovo ricorso alla propria aura, Hermes scaricò sul talamo una violenta ventagliata d’aria, che spense buona parte delle fiamme che si stavano divorando il materasso, e finalmente vide la fanciulla nel cui ventre si celava il fratello o la sorella che avrebbe tentato di salvare.
Subito sentì lo stomaco annodarsi; il volto accartocciarsi per il disgusto.
Della Semele che, con la sua grazia e giovinezza, aveva fatto innamorare Zeus non rimaneva che un macabro pezzo di carne dai contorni umani. Il cranio era calvo, sfigurato dal fuoco; la pelle del corpo ruvida, carbonizzata alle estremità e ustionata nei punti più interni; il viso secco, da vecchia, al quale le fiamme avevano bruciato sopracciglia e guance.
Hermes non la guardò più del dovuto né le offrì la propria pena: in fondo era solo una mortale come tante altre. Alzò una mano e la posò sul suo ventre bollente e curvo per la gravidanza, cercando di avvertire l’energia divina del piccolo all’interno di quelle carni fumanti.
Nulla.
Non un movimento, non un guizzo di vita. Solo la sgradevole, quasi insopportabile ruvidità di quella pelle morta e bruciacchiata.
Ma, d’un tratto, ecco un palpito!
Lievissimo, al limite dell’impercettibile, come la luce di una candela sul punto di spegnersi.
Serio e concentrato quanto un segugio da caccia, Hermes distese di più le dita, per assicurarsi di averlo davvero percepito, ma non sentì null’altro che piattezza.
Attese uno, due, tre, quattro secondi.
Niente.
Prese un respiro profondo; il suo sguardo si fece duro di determinazione. Con la mano scese alla cintola di cuoio e sganciò il coltello che si era portato dietro dall’Olimpo: un pugnale corto e dritto, di manifattura tracia, recuperato al volo dal proprio tempio poco prima di discendere nel mondo dei mortali. Ne fissò la lama, affilatissima, e in essa vide riflessi i propri occhi, risoluti come quelli del Dio guerriero a cui aveva rubato l’arma parecchi anni addietro.
Poteva farcela.
Doveva farcela.
Serrò il pugno attorno all’elsa e affondò il pugnale nella carne di Semele, cominciando a tracciare una linea orizzontale al di sotto dell’ombelico. Il filo della lama aprì pelle e muscoli; liquido trasparente e sangue sgorgarono dal taglio, scivolando sui fianchi della donna. Fu un’operazione veloce: nulla più che un solco della lunghezza di una spanna e il Dio ritirò il coltello, inspirò a fondo e trattenne il fiato, mentre con le dita della mano libera tentava di penetrare in quella fessura carnea e di allargarla, in modo da poter estrarre il piccolo.
Avanti… avanti…
Qualcosa scoppiò alle sue spalle, divorato dall’incendio; le travi del soffitto scricchiolarono, curvandosi pericolosamente con una pioggia di schegge e cenere. La distruzione totale era imminente.
Hermes imprecò e ritrasse la mano, ora sporca di sangue mortale: il taglio era troppo stretto. Senza perdersi d’animo, posò la punta del pugnale al centro della linea rossa appena tracciata e incise ancora, stavolta in verticale, verso il basso: un solco cortissimo e poi un altro, lungo e orizzontale come il primo, dal quale fluì altro liquido e altro sangue.
Doveva aprire quel ventre.
Doveva aprirlo così come si aprono le ante di un armadio, malgrado il rischio di passare la lama sulla fragile e minuscola creatura al suo interno fosse elevatissimo. Dopotutto, le circostanze non gli stavano offrendo molta scelta.
Ecco!
Rapido, il Dio estrasse il pugnale, lo lasciò cadere sul letto e calò entrambe le mani sull’addome di Semele. Di nuovo avvertì lo stomaco serrarsi, mentre con le dita scendeva ad allargare quell’apertura nella carne, trovandola finalmente accessibile. Strinse le labbra e cominciò a esplorare, ad andare a fondo. Sentì il sangue e il liquido amniotico traboccargli tra le dita; la carne aprirsi al suo passaggio, facendosi sempre più calda e molle. Deglutì, strizzò gli occhi e deglutì ancora, col cuore che gli correva in petto come non mai, e finalmente in quell’umida conca le sue mani sfiorarono qualcosa di consistente.
Qualcosa di vivo.
Subito ne sentì l’energia sotto le dita: un’aura flebile, affaticata, morente.
Era la creatura. Non c’erano dubbi.
Con decisione, Hermes affondò le mani nel ventre aperto fino ai polsi, tentando di afferrare il corpicino da sotto. Vide la sua luce d’oro brillare debolmente tra quelle carni morte, come un lumicino in fondo a un pozzo. Non era facile stringerlo, umido e scivoloso com’era; inoltre la sua pelle non era affatto liscia, come se uno strano e ruvido involucro lo avvolgesse dalla testa ai piedi. E quella sensazione di corpo estrano, di sacca anomala, al messaggero non piaceva per niente.
Andiamo! Vieni fuori…
Afferrandola un po’ dappertutto, alla fine il Dio riuscì a sollevare ed estrarre la creaturina. Non ebbe neppure bisogno di recuperare il coltello e tagliarle il cordone ombelicale, che esso si staccò da solo dal grembo morto di Semele, penzolando per metà dal corpicino.
«Eccoti!» esclamò Hermes con un sorriso spontaneo, che traboccava gioia e soddisfazione. Ma nel guardare bene la sua conquista, alla chiara luce dell’incendio che divampava tutt’intorno, il Dio perse il sorriso e sobbalzò per lo stupore. Stringeva tra le mani un bimbo di dimensioni minute; un maschietto con gli occhi chiusi e i pugni stretti, che irrorava un tenue bagliore divino e che avrebbe necessitato ancora di qualche mese di gestazione prima di poter essere chiamato neonato. Ma non fu l’esile corporatura del piccino a impressionare il messaggero, quanto piuttosto il suo aspetto generale: il bimbo era avvolto da tralci di edera verdissima, che gli correva sulla pelle e lo fasciava tutto come una bizzarra rete vegetale.
Il Dio sbatté le palpebre, contemplando con fascinazione quello strano esserino di fronte a sé, e a poco a poco il suo sorriso riaffiorò, più luminoso di prima.
«Certo che sei strano forte tu…» disse sfilandosi il mantello dalla spalla e avvolgendovi dentro il bimbo, a mo’ di fagotto, e subito se lo portò al petto. Con una mano gli spostò una foglia d’edera dal nasino, cercando di vederlo meglio in viso. Era così piccolo, così fragile nella sua acerbità al punto da non riuscire neppure ad aprire la bocca e piangere, ma in un certo senso era anche estremamente forte, come tutti i figli di Zeus.
«Eh, sì… sei proprio strano. Ma mi piaci.»
Hermes sorrise al bimbo un’ultima volta e con delicatezza gli rimboccò il mantello fin sopra la testolina incoronata d’edera, per proteggerlo dalla furia dell’incendio. Infine recuperò il pugnale, se lo agganciò alla cintola e tenendo ben stretto il piccolo a sé si gettò fuori dal palazzo di Cadmo, sfrecciando verso il Monte Olimpo.


Con un tamburellio di dita sempre più impaziente, Zeus attendeva il ritorno del messaggero inviato a Tebe, sistemandosi e risistemandosi sul trono di continuo. Era in trepidazione: alla fine aveva ceduto all’invogliante richiamo della speranza e, come Hermes, si era convinto che quell’esserino immaturo, nelle cui vene scorreva l’icore d’oro degli Dei, potesse davvero essere ancora vivo, nonostante la morte del grembo materno che lo custodiva. E più passava il tempo, quel fluire di attimi spietatamente lenti, silenziosi e identici l’uno all’altro, più il bisogno di sapere gli tormentava il cuore.
Doveva sapere e infine andare avanti.
Finalmente avanti.
Ma quanto era arduo resistere a quell’attesa! Quanto era faticoso tenere a freno la mente che indomita lo riportava indietro, al momento in cui aveva accarezzato il ventre di Semele e se n’era andato di gran fretta, lasciandosi l’incendio alle spalle! E poi perché, per quale maledetta ragione Hermes ci stava mettendo così tanto a ripresentarsi al suo cospetto? Era forse questo il massimo che sapeva fare il Dio più veloce di tutta la Grecia?
Zeus serrò le labbra; le sue dita tamburellarono con rabbia sui freddi braccioli, rapide, sempre più rapide. Non ne poteva più di aspettare, di sentirsi così inutile; lui, il Signore dei Tuoni, paralizzato sul proprio trono come un miserabile qualsiasi. Ma cosa avrebbe potuto fare? Precipitarsi a Tebe per godersi un orribile faccia a faccia con il cadavere semi-carbonizzato di Semele? Non lo aveva fatto prima e di certo non lo avrebbe fatto ora che Hermes stava eseguendo i suoi ordini.
No. Che gli piacesse o meno doveva restare là, a crogiolarsi nell’incertezza e a soffiare fuori dalle narici il puzzo di carne umana bruciata; quel raccapricciante odore fantasma che chissà quando sarebbe svanito dalla sua memoria. Non c’era null’altro di sensato da fare e in fondo, molto in fondo, il Dio lo sapeva.
Finirà. È solo un giorno. Solo un…
All’improvviso, una raffica di vento dorato penetrò dal colonnato frontale del tempio. Rapidissima e perforante come un giavellotto, tagliò in due la massa d’aria che riempiva il naos e si arrestò di fronte al trono, schiaffandogli addosso tutta la propria energia cinetica.
D’istinto, Zeus chiuse gli occhi, mentre lo spostamento d’aria gli scompigliava capelli e veste, e non appena li riaprì si trovò davanti Hermes. Sussultò, come se qualcuno gli avesse dato un pizzicotto dietro il collo: il giovane Dio sorrideva e tra le braccia stringeva un fagottino.
«È vivo, Padre!» esclamò lui, con palpabile entusiasmo, e subito offrì al sovrano il bozzolo di stoffa. «Ho fatto appena in tempo!»
Zeus non pensò a nulla. Scattò in piedi, tese le braccia e cinse il fagotto, stupendosi immediatamente per la sua leggerezza. «È vivo…» ripeté incredulo fra sé e sé, mentre con una mano alzava un lembo di quell’involto tutto pieghe, per poter vedere il visino della sua creatura.
Hermes si sporse a sua volta, fluttuando nell’aria. «È un maschio…» disse con un largo sorriso. «Ed è molto strano, credimi…»
Il sovrano rivolse al Dio un’occhiata perplessa, come se non avesse capito bene, e incuriosito tornò a guardare giù, nel fagotto ora mezzo sciolto, e finalmente vide suo figlio. Gli occhietti stretti; le guance tonde e rosse; le manine minuscole, da bimbo in fasce; e infine la splendida, verdissima edera che lo avviluppava tutto, come un’insolita protezione naturale.
«Ma che…?» Sorpreso, Zeus passò la mano sopra quelle foglie e le sentì vive, come vivo era il piccino che stringeva al petto.
«Era già così quando l’ho estratto dal grembo materno. Non avevo mai visto nulla di simile…» Hermes scrutò il bimbo e d’un tratto la sua espressione s’intristì: il bagliore emanato da quel corpicino minuto si stava affievolendo. «È molto piccolo, Padre. Non piange, si muove a malapena… la gestazione-»
«Lo so, lo so. Il suo sviluppo non è completo» lo interruppe Zeus, fermando ogni altra sua parola con un gesto della mano. Aveva bisogno di pensare, di trovare una soluzione, e doveva farlo in fretta. E proprio mentre era là a testa china, a vagliare ogni possibilità di fronte a sé, notò il coltello appeso alla cintura del figlio: era ancora sporco del sangue di Semele, ma nel vederlo Zeus non fu colto dalla malinconia, quanto piuttosto da un impeto di entusiasmo. Quella lama rossa gli aveva offerto l’idea che stava cercando.
«Hermes.»
Il messaggero alzò il mento.
«Vola da Efesto e fatti consegnare un ago e del filo d’oro. Digli che è un mio ordine e che non c’è tempo per le domande.»
Hermes aggrottò la fronte, confuso da quella richiesta, ma superata la sorpresa iniziale annuì e sfrecciò fuori dal tempio.
Zeus sospirò e col fagotto tra le braccia cominciò a passeggiare avanti e indietro, di fronte al maestoso trono. Sapeva che Efesto, pur essendo un fabbro, utilizzava anche aghi e fili lucenti per realizzare le sue opere di gioielleria, ragion per cui Hermes non avrebbe fatto alcuna difficoltà a tornare con quanto gli era stato ordinato… se solo non fosse incappato in Era durante il tragitto.  
E in quel malaugurato caso, che cosa le avrebbe raccontato? Come avrebbe giustificato quel pugnale sporco di sangue, agganciato alla cintola? Non era un guerriero né un cacciatore e molto probabilmente la Dea si sarebbe insospettita. Eppure lui era Hermes, il maestro della menzogna! Avrebbe sicuramente schivato il colpo in qualche modo, sconfiggendola col suo talento di bugiardo professionista. Ma se non fosse andata così? Se Era fosse riuscita a leggergli dentro, nel profondo degli occhi, e avesse capito che in realtà stava nascondendo qualcosa? Se si fosse precipitata al tempio, pazza di gelosia, cosa sarebbe accaduto?
Zeus strizzò gli occhi, tentando di sgombrare la mente da quei pensieri paranoici. Gli pulsava ancora la fronte per il mal di testa, ma perlomeno il tanfo di carne bruciata era svanito e ora nelle narici percepiva solo il profumo del piccolo avvolto nel fagotto. Lo avvicinò al proprio viso, per guardarlo meglio, e l’odore di pelle e foglie d’edera gli inebriò l’animo, strappandogli un sorriso stanco. Era davvero un bimbo delizioso.
«Eccomi!» esclamò il messaggero, di ritorno al tempio, e con divina precisione arrestò la propria corsa a pochi passi da Zeus. «Ho recuperato ago e filo d’oro, come avevi ordinato.»
Il sovrano si voltò verso di lui e gli affidò il fagotto. «Questo mio figlio per sopravvivere necessita di altri tre mesi di gestazione e poiché la povera madre è morta sarò io a custodirlo e a condurlo a pieno sviluppo» annunciò con voce ferma.
Il giovane Dio sbatté più volte le palpebre, sbigottito. «Tu, Padre?»
Zeus annuì. «Lo cucirò qua, dentro la coscia, e la mia carne sarà per lui l’utero di cui ha bisogno.» Alzò un braccio e indicò la cintola del figlio. «Svelto, dammi quel coltello. Non possiamo perdere altro tempo.»
Hermes sorresse il fardello con un braccio e con la mano libera sganciò il pugnale dalla cintura di cuoio. Indugiò un istante e infine lo diede al padre.
Armato, Zeus andò a sedersi sul trono, si sollevò la tunica fino a scoprire interamente la gamba destra e affondò con decisione la lama nella carne, di poco sopra il ginocchio. Si morse un labbro, forte, per reprimere il dolore, mentre col pugno serrato saliva sulla coscia, aprendone pelle e muscoli. La sofferenza si fece pungente; gocce d’icore dorato scivolarono dallo squarcio, rotolando sulla superficie liscia del trono.
Il messaggero s’irrigidì, impressionato da quell’atto di truce autolesionismo che solo più tardi, a cuore calmo, avrebbe riconosciuto come manifestazione d’amore. Accarezzò la testolina del piccino, assopito tra le fasce, e fu sul punto di domandare al padre se ci fosse qualcosa che potesse fare per lui, quando il Dio estrasse il coltello dalla coscia e lo lasciò cadere a terra, con uno schiocco metallico. Ma non era finita, non ancora, e con lo slancio di un cacciatore pronto a sviscerare la sua preda, Zeus affondò le dita in quello squarcio, dilatandolo.
«Agghhh!» Il dolore si fece immenso, ma con la sua potenza il sovrano riuscì a dominarlo, e creata una conca nella coscia si rivolse al figlio, a pochi passi da sé. «Avvicinati, presto» lo esortò, tenendo aperta con entrambe le mani la ferita nella carne. «Devi aiutarmi a spingere dentro il bambino.»
Malgrado la tensione, Hermes mantenne i nervi saldi e reagì con prontezza: spogliò il piccolo, s’inginocchiò davanti al padre e cominciò a introdurre quella creaturina tutta edera nella conca dorata. La testa scivolò dentro per prima, come un insolito parto all’incontrario, e subito Zeus sperimentò una sensazione strana, un formicolio mai provato prima: le foglie di edera, sul capo del piccolo, si stavano infilando tra le fibre della sua carne come nastri di resina tra i solchi di una corteccia.
Hermes sentì la pelle delle braccia accapponarsi: chino com’era sulla gamba del padre vedeva con estrema nitidezza i tralci vegetali fremere nell’umidità dei muscoli, allungarsi e infine aggrapparsi ad essi con selvaggia aggressività. «Tutta quest’edera… forse dovevamo togliergliela» mormorò, in un attimo di vacillamento.
«No. Si è formata con lui nel ventre materno, non sta a noi rimuoverla» replicò secco Zeus, mentre con la mani allargava di più la ferita, regalandosi un’altra scarica di acuto dolore: il piccolo era quasi del tutto dentro.
«Ecco, ecco, ci siamo» disse Hermes con una punta di eccitazione, mentre la creaturina scivolava interamente nella robusta coscia. Vide il suo mezzo cordone ombelicale stringersi alla carne viva di Zeus e divenirne un tutt’uno; l’edera abbarbicarsi su ogni filamento muscolare, come se volesse succhiarne avidamente la forza; i pugnetti serrati alzarsi sul visino addormentato e inconsapevole di tutto.
Vivrai, pensò il messaggero, sfiorando per l’ultima volta la tonda guancia del piccolo. Poi alzò il capo e guardò il padre.
«Ago e filo» ansimò Zeus avvicinando ora i lembi di pelle, per chiudere la ferita.
Hermes si portò una mano alla spalla e dal risvolto interno della tunica estrasse l’ago, al quale il meticoloso Efesto aveva già infilato il filo d’oro nella cruna. Lisciò il filo tra pollice e indice, e inginocchiato di fronte alla gamba del padre esitò per qualche istante, alla ricerca del punto ideale per cominciare a suturare la ferita. La pelle era lucida di sangue; i contorni dello squarcio confusi, in un sormontarsi di carne lacerata.
«Lascia, faccio io!» esclamò Zeus, con evidente nervosismo. «Tu appoggia le mani qua e premi forte.»
Il messaggero consegnò l’ago al sovrano e fece quanto gli era stato ordinato, malgrado le dita continuassero a scivolargli dentro e fuori dall’umida ferita: non era affatto facile tenere vicini quegli spessi lembi di carne, ma in un modo o nell’altro doveva riuscirci.
Preso un ampio respiro, Zeus chinò di più il busto e cominciò a suturare la ferita con il filo d’oro: punti stretti, serrati, in grado di reggere il peso del piccolo che in quell’utero improvvisato avrebbe dovuto crescere. E man mano che il filo trapassava la pelle, chiudendola su se stessa, Hermes vedeva il fioco bagliore del bimbo farsi sempre più evanescente, difficile da afferrare, fin quando lo vide svanire del tutto non appena il padre passò l’ago per l’ultima volta, completando la sutura.
Era finita: il piccolo era tornato nel suo oscuro mondo prenatale.
Sfiniti dall’esperienza, i due Dei sospirarono all’unisono, come svuotati d’ogni energia. Zeus, seduto sul trono, lasciò cadere l’ago, abbandonò le braccia sui lunghi braccioli e rivolse il capo all’indietro, a fissare il soffitto con occhi stanchi. Hermes lanciò un ultimo sguardo alla sutura di fronte a sé, poi si alzò in piedi, recuperò il pugnale, raccolse da terra il mantello in cui aveva avvolto il bimbo e tra le pieghe passò la lama sporca di sangue, per pulirla.
Per un po’ nessuno parlò, fin quando il sovrano non calò una mano e cominciò a massaggiarsi la coscia, con aria provata. Allora il messaggero ruppe il silenzio.
«Come ti senti, Padre?» domandò.
Il Dio rispose con un cenno del capo, ad indicare che stava bene: non aveva molta voglia di parlare.
«Sai…» continuò l’altro, agganciando il coltello alla cintola con un mezzo sorriso. «Sono curioso di sapere che nome gli darai…»
Zeus non rispose subito, limitandosi a contemplare il soffitto. Era distratto dai movimenti del figlioletto dentro la coscia; dal modo in cui, attraverso la fibre della carne, riusciva a percepire tutto di lui, compresa la sua energia divina e i suoi stati d’animo. Era, e sarebbe stato, un bambino straordinario; l’unica creatura, sotto la volta celeste di Urano, a sperimentare la gestazione nel corpo di entrambi i genitori, e a venire al mondo due volte. E fu proprio quella peculiarità, quella doppia venuta alla luce, a suggerire al signore dell’Olimpo il nome da dare al figlioletto.
«Dioniso» rispose. «Si chiamerà Dioniso.»
Hermes annuì, il suo sorriso si distese. «Lo trovo appropriato.»
«Non potrebbe avere altro nome un bimbo come questo. Ma ora va’, figlio» lo esortò Zeus, non mancando di scoccargli un’occhiata di riconoscenza. «Torna ai tuoi doveri.»
Il messaggero abbassò la testa in segno di saluto, poi si girò e spiccò un balzo, pronto a volare fuori dal tempio. Il suo lavoro al servizio del padre era terminato, almeno per il momento.
«Ah, Hermes.»
Sentendosi chiamare, il Dio si voltò di nuovo.
«Cambiati quelle vesti. Sono sporche di sangue.»
Il giovane guardò il padre con espressione confusa, ma fu solo un momento, e subito l’istinto gli suggerì per quale ragione non lo voleva in giro per l’Olimpo così macchiato. «Non preoccuparti» rispose rivolgendogli un’inconfondibile sguardo d’intesa, e dopo aver replicato il cenno di saluto di poco prima sfrecciò oltre le colonne d’entrata del tempio, senza più voltarsi.
Rimasto solo, Zeus continuò a massaggiarsi la coscia ancora per qualche minuto, mentre i suoi pensieri e le sue preoccupazioni galleggiavano nel silenzio. Sapeva che sarebbe stato quasi impossibile riuscire a nascondere ad Era quell’ennesimo figlio illegittimo: com’era già successo in passato, con tutti i bimbi avuti da altre donne, presto o tardi gli occhi gelosi della Dea lo avrebbero scovato e la sua sete di vendetta si sarebbe accesa.
Era sciocco sperare che ciò non accadesse e Zeus non aveva alcuna intenzione di illudersi.
Ciononostante avrebbe ugualmente allontanato il piccino dall’Olimpo, non appena questo fosse venuto alla luce: giunto a quel punto, affidarlo a delle cure esterne, di donne che nulla avevano a che fare con la Sacra Montagna, era il minimo che potesse fare per lui, per tentare di proteggerlo da ciò che lo attendeva.
Andasse come andasse, la sua parte di padre l’avrebbe fatta.
Il resto lo avrebbe stabilito il Fato.
Eppure, nell’accarezzarlo piano oltre la pelle, il Dio delle folgori sentì crescere in sé la netta sensazione che quel bimbo tutto edera, alla fine, ce l’avrebbe fatta; che sarebbe sopravvissuto a Era e alla sua furia vendicatrice, guadagnando il proprio posto nel mondo.
Dioniso…
La grossa mano si fermò sulla gamba; il cuoricino palpitante del piccolo ne colpì il palmo: battiti regolari, di vita che vuole vivere a tutti i costi. Era un pulsare leggero e feroce al tempo stesso, come se la creatura custodisse in sé una prorompente energia caotica, che attendeva solo il giusto momento e le giuste condizioni per poter esplodere nel mondo.
E mentre quella sensazione di caos, in cui sembravano mescolarsi tutti gli stati d’animo capaci di dominare i cuori di Dei e mortali, gli si espandeva nel corpo attraverso il contatto tra le carni, Zeus sorrideva, custodendo gelosamente in sé una fulgida intuizione: che la sua vita fosse breve o senza fine come quella degli Dei celesti, quel bimbo nato due volte si sarebbe fatto strada nel mondo con la dignità di un vero Dio, e lo avrebbe reso molto orgoglioso.

3 commenti:

  1. Qua ci vuole un libro con tutte queste brillanti avventure.

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  2. Se cerchi la mitologia e la cerchi divina, la scelta migliore è Giulgattina.
    Scusami, dovevo farlo >< adoro il tuo modo di scrivere, riesci a trasmettere delle immagini nitide e ben precise tramite un linguaggio armonico. Narri di miti e sei un mito tu stessa.
    Ho amato tutte le storie che hai caricato su questo blog e quest'ultima perla mi ha particolarmente intrigata, devo ammeterlo.
    Spero che tornerai a scrivere ancora su questa materia e che, in futuro, potrai dedicare qualche frammento o bozza alla mia amata Era.
    Detto questo non mi resta che continuare a complimentarmi con te e aspettare un tuo aggiornamento!
    A presto ;)

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    1. Grazie, Martina, per questo bellissimo commento! :)

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