domenica 16 ottobre 2016

IL POMO DELLA DISCORDIA - PARTE II

ATTENZIONE: il racconto contiene scene di nudo e allusioni sessuali



   Benché vantasse un viso dai tratti nobili e aggraziati, che in certi contesti pareva quasi smascherare le sue origini regali, il giovane Paride non sapeva di essere un principe, né era a conoscenza delle incredibili vicissitudini che l'avevano condotto sul Monte Ida quand'era ancora in fasce, e non vi era di che stupirsi. 
    Come avrebbe potuto sapere che suo padre Priamo aveva progettato di ucciderlo, terrorizzato da una profezia che vedeva proprio in quel suo figliolo appena nato il responsabile della futura distruzione di Troia? Come avrebbe potuto sapere che Agelao, lo stesso uomo che con tanto affetto lo aveva cresciuto tra i boschi dell'Ida, invece di portare a compimento quell'orribile delitto impostogli dall'alto aveva scelto di disobbedire, salvandogli così la vita e mettendo a rischio la propria? Come avrebbe potuto sapere ciò che il destino gli aveva celato fino ad allora, incastrandolo in un'esistenza piatta e noiosa che non era la sua?
Ignorava persino di chiamarsi Paride. Agelao, per celare la sua identità e offrirgli una vita il più sicura possibile, gli aveva cambiato il nome in Alessandro, “il difensore di uomini”, ma era questione di poco prima che il Fato gli si schiantasse addosso, rivelandogli la verità e rendendo memorabile per anni a venire quell’assolata mattina che, ai suoi occhi ignari, si presentò identica a tutte le altre.
Alzatosi all'alba, al primo canto del gallo, il ragazzo aveva condotto le pecore sui pascoli del Monte Gargaro, la vetta più alta dell'Ida, e là, seduto su di masso, controllava pigramente che le bestie non si allontanassero troppo l'una dall'altra cacciandosi nei guai.
La brezza mattutina soffiava lieve tra le fronde; il cinguettio delle allodole, appollaiate sui rami, rallegrava l'aria, mescolandosi al liquido sciacquio dei ruscelli che dalle sorgenti del monte scorrevano a fondovalle, a rifornire d’acqua limpida i villaggi. E mentre Paride era impegnato ad annoiarsi, riuniti sulla cima dell'Olimpo gli Dei lo osservavano senza mai staccargli gli occhi di dosso, neppure per un istante. A breve, Hermes e le tre Dee si sarebbero presentati al suo cospetto, spingendolo ad accettare lo sgradevole ruolo di giudice in quella gara di bellezza, e tutti si chiedevano come il giovane avrebbe reagito nel trovarsi davanti non una, ma ben quattro creature celestiali, e a chi mai avrebbe scelto di offrire il tanto ambito pomo d'oro.
«Povero fanciullo» esordì con tono materno Demetra, una delle poche divinità a mostrare empatia nei confronti del mortale. «Per quanto possa decidere con saggezza, nulla lo salverà dall'ira delle due Dee perdenti.»
«Se è furbo darà la mela a Era» affermò Zeus, che come tutti conosceva bene l'animo follemente vendicativo della consorte, capace delle peggiori nefandezze pur di difendere il proprio onore. «Ma se è onesto solo la metà di quanto io credo che sia, allora non potrà fare a meno di inchinarsi di fronte alla magnificenza di Afrodite.»
Poseidone prese a lisciarsi con una mano la barba azzurrina, pensieroso. «Spero vivamente che ciò avvenga. È lei la più bella, la più sensuale, ma se anche il ragazzo si lasciasse intontire dall'innegabile eleganza di tua moglie, io mi reputerei ugualmente soddisfatto. Ciò che mi preme è che Atena non ne esca vincitrice.» Nel riportare a galla vecchi ricordi di dispute e scontri avuti con la Dea, il Dio del Mare indurì lo sguardo. «Non merita quel pomo e sarebbe una pazzia darglielo.»
«Suvvia, fratello, ora non esagerare!» replicò Zeus, infastidito nel sentir parlare in quel modo della sua figlia prediletta. «Atena è tanto graziosa quanto intelligente, e con le sue doti è in grado d’ammaliare il figlio di Priamo e conquistare onestamente il trofeo. Non macchiarti d’ingenuità dando per scontata la sua sconfitta.»
«Ogni poro del suo corpo sprizza superbia e le sue forme non sono prosperose a sufficienza da compensare quell'aura di altezzosità che tanto me la rende odiosa. Come pensi che potrà mai conquistare Paride, o qualsiasi altro uomo, una Dea così dominante nell'atteggiamento?»
«Io mi limito a osservare ciò che accadrà, confidando nelle capacità di discernimento del mortale e affidandomi al suo giudizio, così come dovresti fare tu.»
«Non dirmi ciò che devo fare! Sai che non lo tollero!»
«Allora taci, che i tuoi sgradevoli commenti mi stanno innervosendo!»
«Via, via, non litigate!» esclamò Dioniso con un largo sorriso, offrendo a entrambi i fratelli due coppe di vino rosso, colme fino all'orlo. «È solo una sciocca competizione tra femmine, non c'è motivo di prenderla a male!»
«Sciocco è chi considera sciocca questa disputa» replicò Apollo scoccando un’occhiata stizzita in direzione del Dio del Vino, di quelle che si rivolgono agli stupidi senza speranza. «In qualsiasi modo essa si concluda, porterà malumore e inevitabili vendette.»
«Non essere così negativo, fratello mio! E se le Dee perdenti reagissero mostrando rispetto e maturità? Non lo si può escludere a priori...»
«Non ho mai udito nulla di più stupido, eppure ormai dovrei essere abituato alle tue idiozie!» Apollo arricciò gli angoli della bocca in un sorriso sarcastico, poi tornò serio. «No, non pensarci nemmeno. Secondo me, le perdenti si infurieranno come bestie!»
«È vero, ha ragione Apollo. La prenderanno a male!» esclamò qualcuno dal fondo.
«No, secondo me ha ragione Dioniso» gli rispose qualcun altro. «Dopotutto si tratta solo di una stupida mela. Perché prendersela tanto a cuore?»
«Parli come se non conoscessi le donne e ciò di cui sono capaci!»
«Il punto non è il pomo di per sé, ma ciò che rappresenta!»
«Non dico che Era e Atena non se la prenderanno! Dico solo che mi è arduo credere che siano capaci di vendicarsi per così poco.»
«E chi ti dice che saranno loro le sconfitte?»
«Ma ha ragione, la vittoria di Afrodite è scontata! Che senso ha negarlo?»
«Vincerà Era, ve lo dico io.»
«No, vincerà Atena! Paride si lascerà stregare dal suo portamento fiero e dalle sue belle parole, e le offrirà il pomo!»

Così discutevano e profetizzavano gli Dei, aizzandosi a vicenda dalla vetta dell'Olimpo e correndo più volte il rischio di litigare, tanto erano agitati per l'imminente gara di bellezza. E come loro, anche la crudele Eris vegliava su Paride, sola su di un promontorio roccioso dell'Ida da cui si dominavano i pascoli e i boschi del Monte Gargaro. I lunghi capelli corvini accarezzati dal vento; la veste nera dalle bordature dorate che le sfarfallava sulle caviglie; il sorriso affilato, di quelli che inquietano.  
Nonostante si fosse intromessa a seminare zizzania durante il banchetto per le nozze di Teti e Peleo, la Dea avrebbe potuto varcare i cancelli della Sacra Montagna in qualsiasi momento per assistere alla competizione insieme agli altri Olimpi, se solo lo avesse desiderato. Era pur sempre figlia legittima di Zeus, ed era consapevole che non sarebbe mai stata punita per aver semplicemente offerto un dono alla più bella del simposio. Di fatto, non aveva commesso alcun crimine. Ma non amando in particolar modo la compagnia degli altri Dei, ad eccezione di quella di suo fratello Ares con cui trascorreva le giornate dividendosi tra la Tracia e i polverosi campi di battaglia disseminati qua e là per l'Ellade, Eris aveva deciso di assistere alla gara in solitudine sull’Ida, e da quell’alto sperone pietroso attendeva l’arrivo del Messaggero e delle tre contendenti con la giusta dose di impazienza; quell’impazienza piacevole da gustare, capace di rendere l’evento tanto atteso ancor più stimolante. 
Poi, qualcosa accadde.
«Sapevo che ti avrei trovata qui.»
Eris sussultò, colpita alle spalle da quella voce ferma e virile. Si voltò. La chioma scompigliata dalla brezza; le labbra schiuse per lo stupore, che subito si distesero in un ampio sorriso non appena i suoi occhi videro lui.
Ares.
Il Dio era là sul promontorio, ritto a pochi passi da lei. Vestito di porpora e con sandali d’oro ai piedi, sorrideva impercettibilmente, in quel modo tutto suo che pareva incattivirgli lo sguardo; un modo di sorridere che Eris adorava. Si sfilò l’elmo e reggendolo sottobraccio le si avvicinò.
«Ma tu guarda che bella sorpresa!» esclamò la Dea con tono sarcastico, incrociando le braccia sul seno, per scioglierle immediatamente quando Ares le fu vicino. Allora gli accarezzò con l’indice il petto, coperto per metà dalla tunica, e a poco a poco il suo atteggiamento si fece più sensuale, pur continuando a far trasparire dai toni della voce una punta di ostilità. «Di’ un po’. Che ci fai qua sull’Ida? Ero certa che avresti preferito assistere alla gara dall’Olimpo, insieme a quei perdigiorno dei nostri familiari.»
«Cosa te l’ha fatto pensare?» domandò Ares, incuriosito.
«Considerato che non ti sei fatto alcuno scrupolo a gozzovigliare con loro, pur sapendo che io non ero stata invitata a quella stupida festa, ho pensato che avessi iniziato a preferirli a me... Insomma, puoi anche ammetterlo, sai? Non mi offendo mica.»
«Che stronzata!» Ares sorrideva, stuzzicato da quella finta ritrosia. «Via, Eris. Non fingere di avercela con me, perché so che non è vero.»
«Ma io ce l’ho con te» replicò la Dea, senza però riuscire a suonare convincente: la visita improvvisa del fratello le aveva fatto enorme piacere, al punto da renderla più euforica di quanto già non fosse. «Non saresti dovuto andare a godere di quel banchetto, sapendo dell’offesa che avevo subito, ma da grande infame quale sei non ti sei fatto alcun problema… figuriamoci!»
Improvvisamente afferrò il viso del Dio e con prepotenza lo obbligò a chinarsi su di lei. Le unghie affondate nelle guance; i nasi così vicini che potevano sfiorarsi.
«Infame…» ripeté la Dea con un sussurro, sorridendo, poi lo baciò sulla bocca, offrendogli subito la lingua.
Per nulla stupito da quell’invadenza, Ares ricambiò il bacio, cingendo la schiena della Dea con un braccio e avvicinandola a sé.
Si baciarono appassionatamente, come se non si vedessero da millenni, fino a quando Eris si staccò da lui, schioccandogli per gioco l’indice sul naso; un gesto che le apparteneva dai tempi dell’infanzia, a cui spesso ricorreva per dargli fastidio.
«Per questa volta ti perdono» disse con tono fintamente severo. «Ma che non ricapiti più.»
«Quanto sei stupida» rispose Ares, strofinandosi il naso col dorso della mano, e ad un certo punto il suo sorriso si fece più largo. «Perdi tempo a lagnarti come tuo solito e intanto ti lasci sfuggire le cose davvero importanti.»
«Quali cose importanti?»
«Per esempio, questa inutile competizione di bellezza, che tu stessa hai tanto desiderato!» Con un cenno del mento Ares indicò i pascoli del Gargaro, giù dal promontorio. «Guarda. Hermes e le tre Dee stanno per rivelarsi a Paride.»
Eris si voltò di scatto, con l'aria di chi si è appena ricordato qualcosa di vitale importanza, e guardò giù, oltre il bordo pietroso dello sperone.
Vide il pastore. Sedeva ancora sul suo masso, in solitudine. Le pecore tutt'attorno, chine sull'erba; il vento che soffiava tra le frasche.
Nulla sembrava cambiato rispetto a poco prima.
Ma poi, in un punto preciso alla sinistra di Paride, tra i possenti tronchi delle querce e il fogliame degli abeti, Eris intravide le tre Dee, scortate dal Messaggero.
Eccole.
Ancora pochi passi e avrebbero raggiunto il pastore, irrorandolo di luce celestiale.
«Ci siamo» sibilò sfregandosi le mani tra loro e al suo fianco Ares annuì, serio in volto.
Anche gli altri Dei, ora col fiato sospeso, erano pronti ad assistere alla reazione di Paride e qualcuno si era addirittura sporto un po' di più oltre le nubi, per poter seguire al meglio la sfida per quel particolare trofeo che era già divenuto noto a tutti come “pomo della discordia”.
Finalmente Paride notò la luce sull'erba cambiare e farsi più calda. Più dorata. Allora sollevò lo sguardo, confuso, e quando volse il capo verso sinistra si trovò di fronte le quattro figure.
«O nobile Alessandro, ti porgo i miei saluti» esordì il Dio, con un amichevole sorriso. «Io sono Hermes, il Messaggero degli Dei.»
Paride si alzò di scatto, senza neppure rendersene conto, e fu immediatamente colto da capogiro. Con la bocca spalancata e gli occhi tondi per lo sgomento, percepì lo stomaco saltargli in gola e poi stringersi come un vecchio straccio. Il sospetto di avere davanti a sé un impostore non gli attraversò la mente nemmeno per un istante. Il caduceo, i sandali alati, il corpo tutto, che emanava quel bagliore celestiale… Era proprio Hermes, non c'era alcun dubbio.
E riconosciuto il Dio, il ragazzo non ci mise molto a intuire chi fossero le donne insieme a lui, pochi passi più indietro.
Ma non le guardò.
Non ancora.
Era tutto troppo improvviso. Troppo violento per la sua fragile mente, e il cuore aveva già preso a martellare all'impazzata tra le costole, rendendogli il volto più pallido di un cencio.
«Rilassati, mandriano!» esclamò Hermes, trattenendo a stento le risate. «Sono qui per affidarti un compito assai piacevole.»
«Un compito... piacevole?» ripeté il giovane con un fil di voce, che gli sembrò quella di un estraneo.
«Ma certo! Piacevolissimo!» mentì l'altro, che oltre a Signore dei Messaggeri e dei Ladri, era pure protettore dei bugiardi, e che in quanto tale mai si sarebbe sognato di dire che quel compito era stato considerato sgradevole e oltremodo imbarazzante persino da Zeus. Poi, dopo aver calato la mano nel borsello di cuoio che gli dondolava sul fianco e averne estratto il pomo d'oro, aggiunse: «Tu che sei così attraente e di donne te ne intendi, devi donare questa mela alla più bella delle Dee che ti stanno davanti. Le avrai riconosciute, ormai. Sono Era, Atena e Afrodite. Chi tra di loro merita il pomo? Questo devi decidere. E bada che l'incarico ti giunge da Zeus in persona e non lo puoi rifiutare.»
Prima ancora di capire bene cosa stesse succedendo, Paride si ritrovò la mela d'oro tra le mani.
Ne lesse più volte l'incisione, “alla più bella”, e perplesso tornò a guardare negli occhi il Dio.
«Io attraente? Io esperto di donne? O divino Messaggero, ho paura che tu mi stia confondendo con qualcun altro!» esclamò.
«Nessun errore» rispose Hermes, scuotendo la testa. «Sei tu il giudice nominato da Zeus.»
Paride deglutì di nuovo e la gola, arida per il nervosismo, gli fece male come se avesse inghiottito un sacco intero di sabbia. Lanciò un'occhiata verso le tre Dee, che in silenzio assistevano alla scena alle spalle del Dio, e captò i loro sguardi. Afrodite lo guardava dolcemente, ma Era e Atena erano serie, quasi fossero due statue di marmo. La Signora del Matrimonio, in particolare, lo scrutava con occhi gelidi, evidentemente spazientita dal suo atteggiamento timoroso.
E di nuovo, Paride si sentì piccolo, minuscolo e insignificante come un insettino.
«Sono spiacente, ma non posso farlo» disse a Hermes, guardandolo in viso con aria colpevole. «Come potrei mai giudicare tali bellezze, io, misero pastore di pecore? E se anche fossi capace di scegliere la vincitrice, chi mi proteggerebbe dall'ira delle Dee respinte? No, no, non voglio essere causa di rancore e dispute tra divinità. Ho deciso: dividerò la mela in tre parti uguali e ne regalerò uno spicchio a ciascuna.»
Hermes si fece serio. Sollevò il caduceo e lo puntò verso il mandriano, in segno di minaccia.
«O giovane Paride, non pensarci nemmeno!» disse chiamandolo per la prima volta col suo vero nome. «Non puoi disobbedire agli ordini del Sommo Padre, quindi accetta il compito che ti è stato affidato, senza fare tante storie.»
«Ma lo vedi, mio Signore, che è tutto un equivoco? Io sono Alessandro, non Paride!»
«Tu sei Paride, figlio legittimo di Priamo, re di Troia. Questa è la verità, l'unica verità, perciò abbraccia il tuo destino, nobile principe, e fa' ciò che gli Dei ti comandano.»
Sempre più sconvolto, Paride sentì le gambe farsi molli e incerte. Scese a sedersi sul masso e attese qualche istante, tentando di sciogliere i propri ingarbugliati pensieri, mentre le mani accarezzavano quella mela d'oro che chissà per quale ragione era così importante per le Dee.
Poi, quando si fu ripreso, annuì.
«Va bene, sarò il vostro giudice» affermò con voce solenne. «Zeus Onnipotente ha fiducia nelle mie capacità e io non lo deluderò.»
Subito Hermes tornò a sorridere, amichevole più che mai. «Bravo, Paride! Questa è saggezza! E non ti agitare più del necessario. Vedrai che sarà un compito piacevole.»
«Prima di iniziare, però, vorrei che le Dee tutte promettessero di non serbarmi rancore, nel malaugurato caso non uscissero vincitrici dalla competizione.»
Hermes si voltò verso le contendenti e loro annuirono, senza dire una parola.
«Ecco fatto» disse il Dio. Poi, con un gesto assai teatrale del braccio, le invitò ad avvicinarsi al giudice.
E quando fu cosa assolutamente certa che Paride sarebbe stato l'arbitro della gara, le tre mutarono atteggiamento, ronzandogli intorno e tentando da subito di ingraziarselo in ogni modo. Gli occhi di Era, da gelidi che erano, si fecero seducenti, le sue movenze più calorose, e pur continuando a mostrarsi seria riusciva a emanare un fascino particolare, regale, che subito conquistò l'attenzione di Paride. Ma poi, Atena la guerriera, le passò davanti, ponendola in secondo piano, e fiera, con l’elmo sul capo, sfilò di fronte a lui, avvolta in una tunica bianca che faceva risaltare i suoi capelli scuri, lasciati sciolti per l’occasione; e anche lei era bella, con quel sorriso appena accennato, da vergine, e il portamento elegante, di Dea che pur dovendo ammaliare non abbandona mai il pudore. E infine Afrodite, che come le altre gli camminava intorno, sempre più vicina, fin quasi a sfiorarlo, inebriandolo di dolce profumo. Quanto era bella! Così formosa e sorridente! Così sensuale! E più Paride cercava di osservarla meglio, più lei pareva sfuggirgli, nascondendosi ora dietro a Era, ora dietro ad Atena, quasi volesse offrirsi a lui a poco a poco, per invogliarlo ed eccitarlo...
Ad un tratto, il giovane, stordito dalla bellezza delle Dee e già innamorato di ognuna di loro, si rivolse a Hermes. «Devo giudicarle così come sono o posso vederle anche nude?»
«Se desideri vederle nude, loro si spoglieranno» replicò il Messaggero, intimamente stuzzicato da quell'evenienza.
«Sì.» Paride annuì, senza pensarci troppo su. «Desidero vederle nude.»
Hermes fece un cenno alle Dee e queste chinarono il capo, chi con più entusiasmo, chi con meno.
Afrodite fu la prima a spogliarsi e lo fece volentieri, quasi non aspettasse altro. Sganciò le fibule d'oro che le tenevano su il peplo e se lo sfilò di dosso, rimanendo completamente nuda, e Paride, nel vederla, sentì la pelle di tutto il corpo accapponarsi e il battito accelerare.
Sarebbe rimasto tutta l’eternità a contemplarla, perché era bella, così bella da far impazzire, ma Era, che non aveva alcuna intenzione di perdere l’attenzione del giudice, si spogliò subito dopo, lasciando che la bella tunica color smeraldo cadesse a terra. E quando si trovò nuda, sollevò le bianche braccia, lentamente, come a voler accogliere il ragazzo e abbracciarlo, e non appena lui posò gli occhi sul suo corpo e lo ammirò con evidente coinvolgimento, lei gli sorrise, orgogliosa di sé e della propria avvenenza. Non era entusiasta della piega che aveva preso la gara, avendo trascorso buona parte della mattina a dannarsi su quale fosse la tunica migliore da sfoggiare, per poi trovarsi davanti un giudice interessato unicamente alla mera nudità, eppure era ottimista. Poteva vincere anche senza vestiti. Anzi, forse sarebbe stato più facile ancora, considerata la fatica che Paride faceva ora, a staccarle gli occhi di dosso.
Infine fu il turno di Atena. Non potendo fare altrimenti, pena la sconfitta e la perdita del pomo, la Dea posò a terra l'elmo e iniziò a spogliarsi lentamente, rossa in viso per l’imbarazzo: la consapevolezza di essere osservata non solo da Hermes e da Paride, ma da tutti gli Dei dell’Olimpo, la metteva fortemente a disagio. Infatti, non vi fu uno solo di loro che dal cielo non aguzzò la vista, per meglio godere di quello spettacolo più unico che raro.
«Incredibile!» commentò Dioniso, sdraiato sulle nubi con l'immancabile coppa di vino in mano. «Atena che accetta di mostrarsi nuda di fronte a un uomo! No, ma che dico? Di fronte all’Olimpo intero!»
«Per me non ce la fa» profetizzò Poseidone con un sorriso provocatorio. «Non era preparata a questa richiesta da parte di Paride, e quando gli eventi la colgono di sorpresa il suo coraggio vacilla.»
«Taci, sciocco!» Zeus guardò male il fratello. «Ci vuole ben altro che una semplice svestizione per far venir meno la tenacia di Atena. Vedrai che ora si spoglia.»
«Se lo dici tu.»
«Tutta questa agitazione da parte vostra è del tutto fuori luogo!» Artemide si intromise nel dibattito, palesemente indignata da quell'ondata di attenzione maschile che il casto corpo di Atena suscitava. «Potreste portare un po' più di rispetto. Parliamo pur sempre di una vergine, che di certo non si sta divertendo!»
«Comunque chi se ne importa!» esclamò Dioniso con una smorfia, esprimendo totale disinteresse per l'argomento. «Voi perdetevi pure dietro ad Atena, se vi fa piacere. Io personalmente preferisco dedicare la mia attenzione ad Afrodite! Che seni meravigliosi! Che glutei pieni e sodi! E che pelle diafana, tutta da baciare e assaporare!»
«È bellissima, sì» rispose serio Efesto, con gli occhi fissi sulla moglie, e un moto di nervosismo gli formicolò in petto: un miscuglio di gelosia e insoddisfazione sessuale. «Tanto bella quanto carente nei suoi obblighi coniugali...»
«Accidenti, quella si spoglia davvero!» sbottò Poseidone stupito, ignorando il commento del fabbro.
In un sol colpo, con la stessa fredda determinazione con cui si estrae una spina dalla carne, Atena si levò di dosso la veste e si mostrò nuda a Paride. Il fisico tonico; i seni piccoli e perfettamente tondi; le cosce sode e lisce, da combattente. In quanto guerriera, Atena non sfoggiava le stesse forme di Afrodite ed Era, tutte curve e morbidezza, ma era ugualmente sensuale, e Paride la guardò incantato, senza riuscire a proferire parola. E lei, orgogliosa di essere riuscita a superare le proprie insicurezze, sentendo l'imbarazzo scemare sollevò il mento, mostrandosi più fiera ed elegante che mai.
«Ma tu guarda che sbruffona!» commentò Eris, dall'alto del promontorio che dominava i pascoli del Gargaro. «Già pensa di aver vinto il pomo! Povera illusa! Con quei seni minuscoli che si ritrova e quelle braccia da uomo figurati se Paride la premierà mai!»
«Già» rispose Ares, fingendo indifferenza.
Non lo avrebbe mai ammesso, ma a differenza della sorella il Dio trovava Atena assai affascinante, e vederla così, completamente nuda, lo turbava al punto da scaldargli le guance. Non era innamorato di lei come lo era di Afrodite, né provava nei suoi confronti quell'attaccamento feroce che nutriva invece per Eris. La sua era più che altro una fissazione a sfondo erotico; nulla più che una fantasia sessuale, che spesso lo portava a chiedersi quanto sarebbe sublime se fosse proprio lui il primo a istruire la bella vergine all'arte dell'accoppiamento. E più Atena, con gran saccenteria, tentava di insegnargli quali fossero le modalità della “saggia guerra”, e cosa si dovesse fare e non fare sul campo di battaglia per definirsi guerrieri di valore, più Ares sognava di educare lei alla sua maniera, magari sul freddo pavimento del suo tempio inviolato, e senza tanti preliminari.
Ma erano solo fantasie e nulla più.
«Smettila!»
La voce di Eris riportò Ares in sé, brusca come uno schiaffo. «Che ho fatto?»
«Continui a fissare Afrodite e Atena. Mi dà fastidio.»
«E chi dovrei fissare?» domandò il Dio, irritato. «Nostra madre?»
Eris incrociò le braccia, senza rispondere, e Ares la lasciò fare, riprendendo ad assistere alla gara.
Ora i suoi occhi erano di nuovo su Afrodite, che insieme alle altre aveva ripreso a gironzolare intorno al giudice, come un'ape su un fiore succoso. Splendida, perfetta in ogni dettaglio, lo fece sentire fiero di essere il suo amante e non un'ombra di gelosia gli calò sul cuore, sebbene fosse nuda e pronta a fare il possibile per conquistarsi Paride.
«O mie Dee! La vostra immane bellezza mi stordisce!» esclamò il pastore, vivamente colpito dal fascino che quelle tre divinità svestite esercitavano su di lui. «Così non riesco a giudicare la vostra beltà, il batticuore è troppo intenso! Vi prego, fatevi avanti una alla volta, cosicché io possa ammirarvi con calma e sangue freddo.»
Le Dee annuirono e la prima a presentarsi al giudice fu Era.
Muovendosi maestosa, la Dea si pose in controluce, in modo che i raggi del sole che filtravano tra le fronde scolpissero la sua figura, esaltandone le forme. Desiderava apparire il più sensuale possibile, allora spalancò morbidamente le braccia, come aveva fatto appena si era sfilata di dosso la veste. Fece una sobria giravolta, per far sì che Paride potesse contemplarle la schiena bianca e i glutei, e infine lo guardò negli occhi, a fondo, fino a scrutargli l'animo.
«O mortale, non aver paura di me» disse, accennando un sorriso. «Giudica il mio corpo senza alcuna remora.»
«Siete bellissima» rispose il pastore con sincerità. La pelle della Dea pareva d'avorio, i tratti del suo viso erano nobili e il corpo tutto, dalla punta dei capelli fino alle dita dei piedi, era senza alcun dubbio degno di Zeus. «Anzi, bellissima è dire poco» aggiunse, continuando ad ammirarla.
Lusingata e già pronta a festeggiare il proprio trionfo, Era sorrise al mandriano e gli disse: «Non lasciarti prendere dalla fretta. Osservami con attenzione e tieni a mente che se assegnerai a me il premio, o giovane Paride, io ti prometto che farò di te l'uomo più potente e ricco di tutta l'Asia. Incontrastato, dominerai la terra e i mari, e chiunque a udire il tuo nome tremerà di paura, poiché così leggendaria sarà la tua persona che nessuno mai oserà sfidarla!»
Paride sbatté le palpebre, perplesso. Non aveva idea di dove fosse l'Asia, né per quale motivo Era si aspettava che lui trovasse allettante il fatto di poter terrorizzare le altre persone. Benché fosse un principe continuava a ragionare da pastore, e la possibilità di diventare un dominatore di terre e popoli non gli sembrò poi così attraente.
«Non so dove si trovi l'Asia e non ho alcun interesse a diventarne il Signore» rispose con la sincerità che da sempre lo contraddistingueva. «E comunque la mia scelta non dipende dai doni, nonostante io ti ringrazi molto per questa offerta. Prego, puoi ritirarti ora. Ho visto abbastanza.»
Improvvisamente seria, Era indietreggiò, lasciando il posto ad Atena.
«Eccomi, Paride» disse la Dea guerriera, ponendosi di fronte a lui. Sorrideva e il suo animo era di nuovo forte, di nuovo coraggioso, sebbene la nudità continuasse a tener vivo il rossore sulle sue guance. «Ammira e dimmi se ti piace ciò che stai vedendo.»
Il pastore, senza attendere un attimo di più, fece correre lo sguardo sulla sua figura nuda, soffermandosi sui seni e sull'incavo tra le gambe, la parte più proibita del corpo della Dea, che mai più nella vita avrebbe avuto l'occasione di rivedere. E quando lei girò su se stessa, per mostrargli anche i glutei e il didietro delle cosce, sode e asciutte, Paride pensò che fosse bella in un modo tutto suo e la trovò assai desiderabile. Ma non fu solo il corpo nudo e casto a conquistarlo: il viso di Atena, nonostante gli occhi cerulei che tutti, mortali e immortali, consideravano un difetto di bellezza, lo impressionò per la regalità dei tratti, che ammirati superficialmente avrebbero potuto apparire severi ma che lui riuscì ad apprezzare, cogliendo in essi una gran classe. Mai aveva pensato, prima di allora, che la Dea della Guerra Nobile e della Saggezza potesse vantare una simile beltà e contemplandola si rigirò la mela d'oro tra le mani.
Atena, percependo il suo apprezzamento, gli sorrise, decisa a sferrargli il colpo di grazia e a conquistarlo definitivamente. «Che ne dici, Paride?» domandò sollevando il mento, con fierezza, mentre la luce del sole, che come un fascio la irrorava tutta dall'alto, le faceva brillare gli occhi. «Sono o non sono di tuo gradimento?»
«Siete incantevole» rispose lui, ricambiando il sorriso. «Più che incantevole! E che Zeus mi fulmini seduta stante se sto mentendo!»
«Sei un ragazzo sveglio: lo vedo dal tuo viso, dalla tua espressione. Per di più, mi trovi bella e so che su questo punto sei sincero. Allora ascolta, o figlio di Priamo. Se donerai a me il pomo che stringi tra le dita, io ti prometto che farò di te l'uomo più intelligente del mondo intero. Mai ti mancheranno il rispetto altrui e la saggezza, e chiunque penderà dalle tue labbra, incantato dalla tua immensa sapienza. Sarai il più scaltro, assennato e giusto tra gli uomini, e il tuo nome echeggerà nell'eternità, onorando la tua progenie e ispirando i cuori dei mortali tutti. Questo è il mio dono per te.»
Paride aggrottò le sopracciglia, nuovamente perplesso. Non riusciva a cogliere i vantaggi dell'essere il più intelligente del mondo, né che piacere avrebbe mai potuto ottenere nel ritrovarsi dei pronipoti fieri di lui. Era troppo giovane per riuscire anche solo a immaginare un simile contesto, motivo per cui l'offerta di Atena, come quella di Era, gli sembrò poco interessante.
«Perché mai dovrei desiderare di divenire un esempio per gli altri? E non un esempio qualsiasi, ma l'uomo più intelligente del mondo! No, non è roba per me. Dite che sono un principe, e io vi credo, ma per tutta la vita ho fatto il pecoraio, perciò sono altre le mie priorità. Ciononostante ti ringrazio dell'offerta, saggia Atena, sebbene io abbia già specificato che la mia scelta non sarà influenzata da alcun dono. Puoi ritirarti adesso, ho visto abbastanza.»
Scura in volto, la Dea indietreggiò, ritirando mentalmente tutti i complimenti fatti a Paride fino a quel momento: la sua risposta non le era piaciuta per niente.
«Su, Afrodite» disse Hermes, invitando la Signora di Cipro a farsi avanti. «Manchi solo tu.»
Afrodite non se lo fece ripetere e muovendosi sinuosa si avvicinò al giudice, nuda e profumata dalla testa ai piedi. Ancheggiava ad ogni passo, con le movenze di una Dea leggiadra, abituata da lungo tempo a sedurre, e i suoi seni grossi e tondi dondolavano morbidamente, attirando subito su di sé lo sguardo del giovane; e in quel brevissimo momento, che al pastore sembrò dilatarsi all'infinito, Paride si rese conto di non aver mai osservato attentamente Afrodite, ma di aver solo avuto un assaggio della sua bellezza, che immensa com'era meritava di essere colta appieno, in ogni sua sfumatura. E quando lei gli fu davanti, se la sentì arrivare addosso tutta d'un colpo, intensa e squisita come un abbraccio inaspettato. La fragranza di olio di rosa e mirto con cui la Dea si era profumata la pelle; la soffice chioma tra il biondo e il ramato, legata in una coda bassa e decorata con perle e boccioli di fiori di melo; le labbra rosse e carnose, che la Dea inumidiva spesso con la punta della lingua e che parevano supplicare baci; il ventre morbido e i fianchi larghi, da accarezzare più e più volte; e l'intimità liscia e nascosta... quella fessura che appena si intravedeva tra le cosce, capace di eccitare qualsiasi uomo...
Paride si accorse di stare sudando e il suo accaloramento si fece più intenso quando vide Afrodite superare il punto dove si erano fermate le altre due contendenti.
Sorridente e sensuale più che mai, la Dea gli si si parò davanti fin quasi a sfiorarlo, e là si fermò. Distese le braccia, come aveva fatto Era poco prima, e sollevò di poco il torace, quasi volesse offrire i seni a Paride, invitandolo a baciarli. Infine, girò su se stessa, mostrando al giudice i floridi glutei, che in quanto a curve erano voluminosi il doppio rispetto a quelli di Atena, e tornata in posizione frontale si chinò lievemente su di lui, inondandolo di aromi floreali.
«O Paride, tu mi piaci!» esclamò con voce cristallina, sorridendo e flettendo più volte le lunghe ciglia.
«Io... ti p-piaccio?» balbettò il pastore, rosso in viso e con un principio di erezione da tener a bada tra le gambe.
«Sì, tu! Sei bello e di certo sai di esserlo. Ma dimmi, perché mai un ragazzo attraente come te si accontenta di perdere le sue giornate in mezzo alle pecore, invece di godere dell'amore delle fanciulle come dovrebbe?»
Paride aprì la bocca e subito la richiuse. Non sapeva cosa rispondere e l'atteggiamento intraprendente di Afrodite lo confondeva, quasi fosse improvvisamente diventata lei l'arbitro della gara e lui uno dei contendenti a dover essere posto sotto esame.
«Bellezza e amore dovrebbero avere la precedenza su tutto» continuò Afrodite, giocherellando con una ciocca di capelli che le dondolava proprio su un capezzolo. «A proposito, come mi giudichi? Sono sufficientemente bella per ambire a quel pomo che stringi tra le dita?»
«B-Bella? Macché, voi siete BELLISSIMA! No! Più che bellissima! Le parole non possono esprimere quanto io vi trovi splendida! Voi siete...»
«Grazie, Paride mio» lo interruppe lei, che non vedeva l'ora di mettere le mani sull'ambito premio. «Ero certa che avresti riconosciuto le mie doti. Come ha giustamente detto Atena, sei un ragazzo sveglio. Ma tra questi pascoli sei sprecato, non è questa la vita che fa per te. I bei ragazzi dovrebbero stare con le belle ragazze, non con le greggi. E credimi, io di bellezza me ne intendo, e anche tu, del resto! Ebbene, se mi darai quella mela, io farò di te il più amato tra i mortali e ti offrirò l'amore della donna più bella del mondo: Elena di Sparta!»
Paride sussultò, vivamente colpito da quella proposta. Di nuovo fece per parlare, ma Afrodite lo anticipò: «Ti sono stati offerti il potere e la ricchezza, la gloria e la sapienza, ma a te non interessano, non li brami né li bramerai mai. Io e te siamo simili, lo sento» sussurrò la Dea, chinandosi sul pastore fin quasi a sfiorargli il naso col suo. «Tu brami la passione, il calore dell'amplesso, i baci sulla bocca, le carezze che portano all'estasi, ed Elena di Sparta può offrirti tutto questo, fino a saziarti il cuore.»
«E chi è questa Elena?» domandò Paride, impaziente e sempre più incuriosito dall'offerta di Afrodite. «Descrivetemela, vi prego!»
«Ha i lineamenti del viso dolci e sottili. La sua pelle è bianca, come l'uovo di cigno da cui è nata, e Zeus e la candida Leda le sono genitori. I suoi capelli hanno il colore dell'oro, gli occhi sono celesti, come le acque dell'Erimanto. Ha seni morbidi e caldi, che sembrano fatti apposta per essere baciati e sfiorati da mani virili, e le sue cosce sono piene e lisce, tutte da accarezzare...»
«Basta, basta! La voglio!» esclamò Paride a gran voce, eccitato e ansioso di stringere a sé quell'Elena dal corpo perfetto, che a detta della Dea tutti al mondo desideravano alla follia. Poi si alzò in piedi, obbligando Afrodite a indietreggiare di un passo, e con fare solenne allungò il braccio, offrendole il pomo d'oro: «Voi, Afrodite, siete la più bella tra tutte le Dee. Questo è il mio giudizio.»
Col più smagliante dei sorrisi la Signora di Cipro accettò la mela, chinando il capo in segno di ringraziamento, e gli Dei tutti, con un boato di sorpresa, si lasciarono andare alle proprie, istintive reazioni.
Era e Atena, nere in volto, si rivestirono senza dire una parola e si allontanarono insieme, una a fianco dell'altra, meditando atroci vendette nei confronti di Paride. Sapevano di aver giurato di accettare con rispetto l'eventuale sconfitta, ma il pastore era andato troppo oltre, umiliandole senza ritegno di fronte a tutti in cambio di una donzella con cui amoreggiare, e perciò era giusto, quasi doveroso, che fosse punito, almeno secondo il loro punto di vista.
«Nessuno stupore che abbia vinto Afrodite» sospirò Apollo, che fin dal principio aveva dato per scontata la vittoria della graziosa Cipride. «Era e Atena non potevano competere con lei e per di più hanno offerto a Paride doni inappropriati. Oltre che la più bella, Afrodite è stata anche la più furba.»
«C’è da dire che Atena l'aveva ammaliato per bene» gli rispose Artemide, guardandolo. «Quando Paride ha iniziato a girarsi la mela tra le mani ho creduto davvero che potesse vincere lei.»
«Ma non dire idiozie!» Poseidone sbottò bruscamente, come suo solito. «Avesse dato il pomo a quella là ci avrei pensato io a fargli cambiare idea, altroché!»
«Padre mio, ma si può considerare valida una gara di bellezza in cui le pretendenti corrompono il giudice con doni e promesse d'ogni genere?» domandò con innocenza Dioniso, che nel corso della competizione aveva più volte alzato il gomito e che quindi non si faceva alcun problema ad esprimere tutto ciò che gli passava per la testa. «Insomma, alla faccia della correttezza! Paride si è fatto comprare dal dono più allettante mentre Hermes, che avrebbe dovuto assicurarsi che la gara si svolgesse secondo le regole, se ne stava là in silenzio, a contemplare con un gran sorriso i seni e i glutei delle Dee nude! Il furbone!»
«Taci, o figlio molesto! Che vuoi capirne tu di regole, ubriaco come sei!» borbottò Zeus, che già si stava crucciando al pensiero di dover gestire la rabbia di Era, furiosa per aver perso la competizione. «È andata com'è andata, punto e basta. L'importante è che ci siamo liberati di quel pomo maledetto.»
E anche sul promontorio sopra i pascoli del Gargaro, l'epilogo della gara suscitò nei due fratelli delle reazioni intense. Soprattutto in Eris.
Dal principio, quando Afrodite ricevette la mela, l'oscura Dea non batté ciglio, a differenza di Ares che si mostrò traboccante d'orgoglio per la vittoria dell'amata. Ma poi i suoi pensieri presero a intrecciarsi l'un l'altro, rapidi e viscidi come serpenti, e tutto ciò che sarebbe accaduto di lì in avanti le passò di fronte agli occhi, come una fulgida visione.
Afrodite farà innamorare Elena di Paride, e lui, pretendendo il posto che gli spetta alla corte di Troia, ora che sa di essere un principe, condurrà l'amata con sé. Ma in mezzo c'è Menelao, il legittimo sposo di Elena, e mai, per nessuna ragione al mondo, lo spartano accetterà di vedersi soffiare la moglie da sotto il naso! Sarebbe un'onta insopportabile per un guerriero dal cuore virile come il biondo Signore di Sparta! Perciò, pur di salvare il proprio onore, chiederà a suo fratello Agamennone di unirsi a lui, e forti dei loro eserciti i due andranno a riprendersi la donna e a punire i troiani tutti, sui quali ricadranno le colpe di Paride. E allora sarà GUERRA! Una guerra sublime, leggendaria, a cui gli Dei stessi saranno chiamati a partecipare per forza di cose! Perché Afrodite si sentirà in obbligo di difendere il suo pupillo, mentre le altre due, furiose nei confronti di Paride, supporteranno senza dubbio le schiere di Agamennone e Menelao. E anche Apollo, Artemide, Poseidone, e forse persino quello smidollato di mio Padre, prenderanno una posizione nel conflitto, trovandosi inevitabilmente l'uno contro l'altro, e allora sì che ci sarà da divertirsi! Ci sarà da divertirsi ALLA FOLLIA!
E quando il disegno nella mente di Eris fu completo, nitido nei dettagli come il cielo di una notte d'estate, la Dea scoppiò a ridere, forte, e le sue risate sembrarono scuotere il mondo intero.
«Ma tu guarda che scema» mormorò Ares, scrutandola con diffidenza, così come si guarda una poveretta che ha perduto il senno. «Esilararsi in tal modo per l'esito di una stupida gara di bellezza.»
Eris continuò a ridere, cingendosi la pancia con le braccia, mentre già si immaginava sul campo di battaglia insieme al fratello, sporchi di sangue e polvere, a sterminare miseri mortali durante la più epica di tutte le guerre.
«Tu, che detesti Afrodite e sei gelosa di lei, sembri quasi felice che abbia vinto.» Il Dio scuoteva la testa, rassegnato. «È inutile, non ti capisco. Sei troppo pazza.»
«Oh, Ares...» ansimò la Dea, asciugandosi le lacrime, mentre le sue risa andavano placandosi. Si poggiò sul torace del Dio e lo afferrò per il mento, avvicinandolo alle proprie labbra col suo solito atteggiamento dominante. «Mio stupido, adorato fratello. Come puoi non capire perché rido? Non è la fine della gara a rendermi gioiosa, ma ciò che avverrà dopo! Davvero non riesci a vederlo? Davvero non riesci a immaginare cosa aspetta noi tutti, grazie a me?»
Ares, occhi negli occhi con lei, scosse la testa. Non sapeva proprio cosa pensare, e per di più, quando le era così vicino, la sua mente pareva svuotarsi da ogni pensiero, man mano che il desiderio nei suoi confronti aumentava.
«Allora porta pazienza e attendi» rispose lei, rivolgendogli un tetro sorriso. «E fidati di me.»
«Eris, cosa...»
«Ssssh.» La Dea gli posò l'indice sulla bocca e con fare sensuale andò a sfiorargli le labbra con le sue. E là, poco prima di baciarlo, sussurrò: «Tra poco capirai tutto. E mi ringrazierai, per ciò che ho saputo creare.»
Senza più insistere né far domande, il Dio della Guerra si lasciò baciare dalla Dea della Discordia, e con lei rimase in attesa degli avvincenti sviluppi che, di lì a poco, sotto le alte mura di Troia, avrebbero scosso e spezzato con brutalità le vite di migliaia di combattenti mortali, offrendo al contempo svago, brividi e indimenticabili emozioni a tutti gli Dei dell'Olimpo.


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