sabato 11 giugno 2016

LA SPOSA DI DIONISO (Dioniso e Arianna)




Sopra l'isola di Nasso, verde gioiello nel cuore del Mediterraneo, le nuvole scorrevano lente nel cielo del pomeriggio, sfiorando col loro tocco ombroso ogni dettaglio di quella natura incontaminata: le coste rocciose del nord, a picco sul mare; le colline ricche d'acqua che dall'interno sfumavano ad ovest in vaste pianure; le spiagge di sabbia color avorio, fini e soffici come farina. E gli ulivi, i cedri, i faraglioni, le cave di marmo, i sentieri battuti dalle bestie selvatiche... Su ogni zona dell'isola di tanto in tanto calava un velo d'ombra che ne spegneva i colori, ma pochi minuti dopo le nubi spinte dal vento proseguivano il proprio cammino lasciando che la luce del sole tornasse a baciare la terra, e tutto si faceva di nuovo splendido, caldo, intenso.
Era una di quelle placide giornate in cui è gradevole sdraiarsi sull'erba a interpretare la forma delle nuvole; in cui quasi si avverte il bisogno di abbandonare ogni attività e concedersi il lusso di perdere un po' di tempo all'aria aperta, senza pensare più a nulla.
Ma a Nasso a godere del calore del primo pomeriggio furono solo le lucertole, uscite dai propri nascondigli tra le pietre per scaldarsi e rinvigorirsi, e nessuna voce d'uomo né risata di bambino si intromise in quel particolare sottofondo fatto di canti di cicale, sciabordio d'onde sul bagnasciuga e richiami di gabbiani.
L'isola era completamente deserta.
Una perla di rara bellezza che nessun mortale mosso da ambizione aveva ancora reclamato come suo possedimento, e che proprio per questo vantava il fascino tipico delle terre vergini e selvagge.
Eppure a Nasso qualcuno c'era: una presenza discreta e silenziosa, quasi impercettibile alla vista, come fosse divenuta anch'essa parte dell'ambiente che l'avvolgeva.
Era una fanciulla.
Giaceva addormentata su una delle lunghe spiagge bianche che cingevano la costa occidentale, e a vederla così, sdraiata sul fianco col corpo snello accarezzato ora dal sole ora dall'ombra, sola in mezzo al nulla, chiunque, anche il più impassibile tra gli uomini, avrebbe spalancato la bocca e dubitato dei proprio occhi.
Era come un'apparizione, una figura incantevole che pareva esser stata partorita con dolcezza dal mare e lasciata là, sulla candida spiaggia, in attesa d'essere scoperta e destata con un bacio.
Ma la giovane non era un dono delle onde bensì una creatura mortale, le cui vesti dalle bordature in oro e la pelle diafana ne rivelavano la natura nobile.
Era Arianna, principessa di Creta.
Riposava sull'ampio himation di lana che Teseo, il suo amato, si era sfilato di dosso non appena erano sbarcati a Nasso, distendendolo a terra in modo che lei potesse sdraiarsi sulla spiaggia senza che la bella tunica le si riempisse di sabbia. La sua espressione era rilassata, il sonno profondo e appagante; un sonno denso di sogni ed emozioni, che come neve al sole si stava a poco a poco sciogliendo, tanto che la fanciulla iniziava a percepire in lontananza il profumo dell'eroe di cui l'himation era pregno: una fragranza maschile che sapeva di sale e pregiati oli per il corpo, l'unico profumo che avrebbe mai potuto emanare un giovane principe che sfidando la morte si era ricoperto di gloria e che ora, a testa alta e col cuore traboccante d'orgoglio, trascorreva le giornate a navigare per il mare in direzione di casa, impaziente di diffondere la propria leggenda.
Teseo era un ambizioso, un guerriero dall'animo impavido che la natura aveva dotato di notevole fascino, oltre che di gran coraggio e ardore, e Arianna lo amava.
Lo aveva amato dal primo momento che aveva incrociato i suoi occhi bruni a Creta, poco prima che entrasse nel Labirinto di Cnosso, e pazza di lui aveva fatto il possibile per salvarlo da un destino infausto. Sapeva che, in quanto erede al trono di Atene, Teseo era venuto per uccidere il Minotauro, l'orrendo mostro metà uomo e metà toro che viveva rinchiuso all'interno del labirinto e che da anni, con la piena approvazione di Minosse, Re di Creta, si cibava di fanciulli appositamente inviati dalla città attica, suo malgrado sottomessa ai cretesi, così come sapeva che non sarebbe mai stato capace di trovare da solo l'uscita del labirinto, se anche fosse riuscito ad avere la meglio sulla bestiale creatura.
Quello di Cnosso era un labirinto fitto, un'opera d'incredibile ingegno da cui solo Dedalo, il suo costruttore, sarebbe stato capace di uscire. Ma Arianna, che vantava una mente altrettanto brillante e un cuore innamorato che l'avrebbe spinta a fare qualsiasi cosa, aveva escogitato in tutta fretta un sistema per permettere all'amato di ritrovare la via d'uscita: sarebbe bastato un gomitolo di lana, che srotolato durante il percorso gli avrebbe impedito di perdere l'orientamento e gli avrebbe fatto raggiungere in pochi minuti l'unico sbocco del labirinto, che era entrata e uscita allo stesso tempo. Un trucco tanto semplice quanto efficace.
E quando il principe era finalmente uscito, accaldato e sudato per lo scontro con il mostro ma con un sorriso trionfante a illuminargli il viso, Arianna aveva sentito le gambe tremare per l'emozione.
Quanto le era sembrato bello, forte, eroico...

Non aveva avuto bisogno di palesare a voce il proprio amore per lui: per quanto stremato fosse, Teseo lo aveva percepito con chiarezza e con l'atteggiamento sicuro, quasi smargiasso, di chi è abituato da tempo a intrattenersi con le donne, le aveva sfiorato il mento, sorridendole.
«O Arianna, incantevole figlia di Minosse» aveva sussurrato, fisicamente attratto dalla graziosa principessa. «Tu che per aiutare me hai tradito tuo padre e le tue genti, come potrai continuare a vivere a Creta d'ora in avanti? Il tuo destino è segnato e nulla più ti lega a questa terra che oramai ti riserverebbe solo ingiurie e umiliazioni. Vieni con me ad Atene e lascia ch'io saldi il mio debito nei tuoi confronti offrendoti una vita migliore.»
Arianna, stordita dalla passione come tutte le fanciulle innamorate, aveva frainteso le parole e il sorriso dell'eroe interpretandoli a suo piacimento, e immaginandosi già con indosso l'abito nuziale, stretta al suo braccio, si era portata entrambe le mani al petto, incapace di trattenere la propria commozione.
«Oh, Teseo! Mio Teseo!» aveva esclamato con un gridolino di sincero coinvolgimento. «Quanta gioia che mi dai! Ma non essere ossequiente, te ne prego. Tu non hai alcun debito verso di me, non pensarlo nemmeno! Mi sono permessa di offrirti il mio aiuto senza alcun fine, se non quello di vederti uscire dal labirinto tutto intero! La tua felicità è tutto ciò che mi preme ed è per renderti ancor più felice che accetto il tuo invito, lasciandomi alle spalle questa vita e offrendoti tutta me stessa. Sono tua, principe.»
Teseo, che dalla bella Arianna voleva una cosa sola, aveva disteso il proprio sorriso e stretto a lei aveva lasciato la città in direzione della bireme, la nave con cui aveva raggiunto Creta e con la quale avrebbe fatto ritorno navigando verso Atene. E insieme a lui, oltre alla principessa, sarebbero tornati sul continente anche i giovinetti ateniesi che quell'anno la città era stata costretta a inviare a Minosse affinché li sacrificasse al Minotauro, e che ora si prostravano al cospetto del principe chiamandolo eroe.
«Mia cara, sarà un lungo viaggio. Mettiti comoda» aveva detto alla fanciulla quando i suoi uomini avevano levato l'ancora, e la nave, con le vele gonfie di vento e le due file di rematori a sostenerne i movimenti di manovra, si era allontanata dalle coste cretesi. E neppure per un istante Arianna si era voltata a guardare ciò che si stava lasciando dietro, tanto era infatuata del ragazzo e impaziente di divenire sua moglie, e durante le interminabili giornate assolate che seguirono, trascorse sottocoperta, anche Teseo aveva mostrato una certa impazienza, sebbene di tutt'altro genere: un desiderio carnale impossibile da fraintendere, esternato ad ogni bacio e carezza, che Arianna aveva faticato a tenere a bada.
«O figlio d'Egeo, mio unico amore! Acquieta il tuo animo, te ne prego. Afrodite sta giocando con noi, scaldandoci e spingendoci all'unione precoce, ma tu ed io siamo molto più che amanti frettolosi, pronti a consumare la propria passione su scomodi giacigli con le grida d'incitamento dei vogatori nelle orecchie...»
«Fanciulla mia, quanto parli!» aveva replicato Teseo con evidente stizza, tornando a baciarle il collo con l'impetuosità di chi non è più disposto ad attendere. «In amore non esiste precocità e la bella Dea lo sa bene. Sei tu, che per pudore o mera ingenuità stai fraintendendo il suo operato, perciò abbandonati a questa meravigliosa febbre d'amore che ci sta facendo fremere entrambi e concediti al tuo principe.»
Ma Arianna, che non aveva alcuna intenzione di cedere alle lusinghe di Teseo prima delle nozze, tanto meno in un contesto così squallido, e che quasi aveva iniziato a divertirsi a sfuggire ai suoi abbracci come una timida ninfa inseguita da un inaspettato corteggiatore, gli era sgusciata via per l'ennesima volta.
«Pazienta, amor mio!» aveva esclamato rivolgendogli un delizioso sorriso, poco prima di risalire sul ponte della nave. «Pazienta ancora qualche giorno e ti prometto che non appena mi porrai sul capo la corona di fiori d'arancio giacerò con te ogni notte, saziando il tuo desiderio d'amore come solo una sposa devota sa fare.»
Così dicendo si era voltata, con le guance lievemente rosse per quei discorsi audaci e lo sguardo voglioso di Teseo a sfiorarle la schiena e i glutei, e aveva corso leggera sui gradini in legno tornando sopra coperta. E quella medesima scena, quell'identico copione si era ripetuto così tante volte che Arianna ne aveva perso il conto.
Quanto mi desidera!
Quanto mi ama!
Lusingata da tante attenzioni, la principessa si era spesso domandata se sarebbe davvero riuscita a resistere alle pressioni dell'eroe prima che le coste dell'Attica apparissero all'orizzonte, o se il fuoco della passione, che tanto sembrava ardere nel cuore di Teseo, avrebbe avuto la meglio anche su di lei, portandola a cedere alla voglia di offrirsi al suo uomo là, sottocoperta, tra le riserve di cibo e acqua, entrambi nascosti nel buio come due fuggiaschi.
Ma a un certo punto sul loro cammino era apparsa Nasso e la monotonia del viaggio si era spezzata, obbligandoli a raffreddare i bollenti spiriti almeno per un po'.
Quella sull'isola era stata una tappa obbligata: i barili d'acqua erano quasi vuoti e occorreva riempirli al più presto o a bordo, nel giro di un paio di giorni, avrebbero tutti iniziato a patire la sete, reali compresi.
«Sarà una sosta breve. Le isole delle Cicladi sono ricche di fonti e ruscelli, non v'è rischio di ripartire a carico vuoto. Riprenderemo il mare prima del calar del sole, vedrai» aveva detto Teseo ad Arianna poco prima di attraccare e non ci aveva messo molto a dimostrare a lei e a se stesso d'essere nel giusto: non appena sbarcati, i suoi uomini avevano individuato la foce d'un corso d'acqua dolce, e botti in spalla si erano introdotti nel folto della vegetazione alla ricerca del punto migliore da cui trarre il rifornimento necessario.
Rimasto in spiaggia con la principessa e i fanciulli, che subito si erano sdraiati sulla spiaggia impazienti di godere un po' della terraferma dopo tanti giorni in mare, Teseo aveva preso la fanciulla per mano e con lei si era allontanato in cerca d'intimità. E non appena aveva trovato un posto appartato e tranquillo, un angolino di spiaggia immerso nel silenzio, si era sfilato il mantello e lo aveva disteso sulla sabbia invitando la giovane a sdraiarcisi su. «Ci vorrà un po'...» aveva detto scendendo al suo fianco e di nuovo aveva poggiato le labbra sul suo collo profumato, sperando che lei cedesse alle sue lusinghe ora che erano finalmente da soli.
Ma Arianna, nonostante i brividi che per i baci le correvano dalla nuca lungo la schiena, aveva reagito con dolcezza e fermezza in egual misura, impedendo all'amato di oltrepassare il limite da lei stabilito.
«O principe dal cuore affamato! Ti prego, non tentarmi con tal insistenza. Non sulle spiagge assolate di Nasso ma nell'intimità dei tuoi alloggi ateniesi potrai godere delle mie grazie, non appena la nobile Signora del Matrimonio avrà benedetto la nostra unione offrendole stabilità, protezione perpetua e gaudio...»
Teseo, recepito il messaggio, aveva mutato atteggiamento ed era tornato a offrire alla giovane i propri spazi, senza però mai staccarsi del tutto da lei: un moto di contegno che Arianna aveva apprezzato, interpretandolo come un atto di rispetto delle sue volontà.
E sdraiati l'uno accanto all'altra, all'ombra delle fronde, i due avevano mangiato frutta e bevuto vino, attendendo che le operazioni di rifornimento giungessero a termine. Sapevano che il tutto avrebbe portato via un paio d'ore: le botti da riempire erano numerose e gli uomini avrebbero dovuto percorrere più volte il tragitto dalla nave al ruscello e viceversa.
Eppure mai, neanche per un momento, Arianna aveva intravisto lo spettro della fretta rabbuiare il volto di Teseo che da subito si era mostrato perfettamente a suo agio su quell'isola sconosciuta, e lei, complici il vino, la calura e l'espressione pacata del suo amato, si era rasserenata a sua volta fino ad avvertire le palpebre farsi pesanti.
«Riposa, fanciulla» aveva sussurrato lui vedendola stanca, e con quel suo modo di fare un po' sfacciato le aveva sfiorato il mento. «Ancora dobbiamo attendere prima di poter riprendere il mare, perciò dormi, se lo desideri. Io resterò accanto a te.»
Arianna, sempre più assonnata, si era portata una mano alla bocca, a coprire uno sbadiglio, e accoccolata accanto all'eroe aveva chiuso gli occhi lasciando che il profumo delle sue vesti e del suo corpo la accompagnasse nel sonno.
Non avrebbe saputo dire con precisione per quanto tempo era rimasta addormentata, ma quando si ridestò, ricondotta alla realtà da quel sottofondo odoroso emanato dall'himation di Teseo, ebbe immediatamente l'impressione che fossero trascorse diverse ore: la luce era diversa, più intensa e calda, segno che il pomeriggio era giunto da un pezzo.
Sbadigliò, strofinandosi gli occhi col dorso della mano, e si distese sulla schiena allungando il braccio accanto a sé. Solo allora si accorse di essere da sola.
Teseo non c'era più.
Ancora intontita, Arianna si mise seduta e lanciò un'occhiata intorno, alla ricerca del principe.
Niente.
Solo mare, sabbia e natura selvaggia.
Si alzò in piedi, diede due colpetti alla tunica all'altezza delle cosce, per scrollare via i granelli di sabbia, infine raccolse il mantello di Teseo e si incamminò lenta per la spiaggia in direzione del punto da cui gli ateniesi si erano introdotti nel folto della vegetazione. Era certa che il principe si trovasse con loro.
«Teseo?» chiamò con voce flebile e assonnata.
Non vi fu risposta.
Disorientata, si fermò qualche istante ad ascoltare il silenzio che regnava sull'isola: le onde continuavano a scivolare sul bagnasciuga, la brezza sfiorava ancora le fronde dei cedri e degli ulivi, eppure alla giovane sembrò che qualcosa fosse cambiato. Ora il silenzio era più profondo, quasi inquietante, e quella spiacevole sensazione le fece accapponare la pelle.
Poi quell'impressione svanì, come se non fosse mai esistita, e Arianna tornò a farsi sorridente.
«Teseo?» chiamò di nuovo, più forte, riprendendo a camminare con lo sguardo rivolto alla boscaglia alla propria sinistra, aspettandosi di veder comparire l'eroe e i suoi uomini da un momento all'altro. Sapeva che erano là da qualche parte. Ne era sicura.
Si portò una mano alla nuca, a sistemare la bella acconciatura a cui la brezza aveva sfilato qualche boccolo, e nel farlo inclinò di poco il capo dalla parte opposta, verso il mare.
Fu allora che la vide.
Un'immagine inaspettata, violenta quanto un pugno in pieno stomaco.
La nave di Teseo.
Era piccola, distante; la prua puntata verso l'orizzonte, le vele nere gonfie di vento, i remi che come braccia sottili colpivano il mare spingendola lontano... sempre più lontano...
Arianna si sentì morire.
«Teseo!» gridò sconvolta; gli occhi enormi di paura, la voce incrinata dal panico.
La nave aveva salpato senza di lei.
No, no, miei Dei, NO! Fate che non sia vero!
La fanciulla lasciò cadere sulla sabbia il mantello, che fino a quel momento aveva tenuto stretto al seno come una preziosa reliquia, e si portò entrambe le mani al viso; le unghie affondate nelle guance, lo sguardo sempre più folle.
«Teseo!» urlò ancora con quanta voce aveva in corpo e al culmine della disperazione per quella nave che si stava facendo sempre più lontana si gettò in acqua. Il mare freddo le si schiantò sulle cosce, la schiuma le schizzò sul volto facendole bruciare gli occhi. Contrastando a fatica la resistenza dell'acqua che le premeva addosso, Arianna cominciò a sbracciare nel tentativo di farsi notare dall'equipaggio della bireme; la chioma ora sciolta sulle spalle, la veste zuppa, le gote bianche per l’orrore. 
Sapeva che era tutto inutile.
Quello dell'ateniese era stato un gesto premeditato e in alcun modo poteva trattarsi d'un incidente.
«TESEO!» strillò Arianna al cielo, pazza di dolore, e col fiato corto e l'acqua che ormai le arrivava alla vita si fermò. Affondò i pugni nel mare, fece schioccare la schiuma. «Che tu sia maledetto!» gridò scoppiando in lacrime, incapace di reprimere la propria angoscia. A fatica strisciò fuori dall’acqua, come una naufraga stremata, e là, di nuovo in piedi sulle povere gambe che le tremavano per l'agitazione strizzò le vesti e maledisse il suo innamorato. «Che ne è stato dell'amore? Delle belle parole? Delle promesse? MALEDETTO!»
Abbandonata su quell'isola deserta, come un pesante fardello di cui ci si vuole liberare il prima possibile, la sventurata si rese conto di essere stata raggirata fin dal principio e provò pena per se stessa.
Come aveva potuto credere a un nemico di Creta?
Come aveva potuto fraintendere l'inconfondibile fretta di Teseo nel consumare la loro passione, prima che le coste dell'Attica apparissero all'orizzonte?
Quanto era stata sciocca e cieca!
Il principe non aveva mai avuto intenzione di sposarla, bensì di godere del suo bel corpo di fanciulla inviolata e disponibile facendo di lei un gradevole passatempo per le lunghe giornate di viaggio, prima del ritorno a casa: questa e solo questa era stata la ragione per cui l'aveva portata con sé, e ora che la luce della verità e l'evidenza dei fatti le avevano illuminato la mente Arianna sentiva che avrebbe potuto impazzire per il troppo dolore.
«TESEO! Non puoi lasciarmi qui! NON PUOI!» gridò la poverina, con voce spezzata dalle lacrime. Si chinò a raccogliere della sabbia nel pugno e furibonda la scagliò in direzione della nave. «Perché mi hai fatto questo? PERCHÉ? E voi, miei Dei, che dalla vetta dell'Olimpo ogni preghiera ascoltate, punite il figlio d'Egeo per la sua crudeltà! Impeditegli di far ritorno a casa col cuore colmo di gioia! Il suo animo è torbido come le acque dello Stige ed egli merita di soffrire come io soffro ora! Castigatelo, o Dei eterni, e datemi la forza per sopravvivere a questa pena... vi supplico...»
Nel silenzio dell’isola la giovane crollò a terra esausta, a un passo dallo svenimento; il corpo che fremeva a ogni singulto, le lacrime che scendevano a rigarle le guance, il respiro strozzato dal pianto.
Non riusciva a darsi pace e pensò che avrebbe potuto piangere fino a morire, quand’ecco che un ruggito vibrò nell’aria.
Un ringhio violento, che sembrò scuotere tutta Nasso.
Spaventata, la fanciulla sollevò il capo di scatto e vide un lucente carro d’oro scendere dal cielo trainato da sei pantere. E musici, danzatrici, leopardi, satiri… Una variopinta massa di creature lo accompagnava in un turbinio di fiori, note di tamburelli e profumo di vino.
D'istinto Arianna si strinse nelle spalle e strizzò le palpebre più volte: ciò che aveva di fronte a sé sembrava in tutto e per tutto un'allucinazione, qualcosa che non poteva corrispondere alla realtà ma che nei suoni e nei colori pareva tremendamente vero.
Sto sognando...
Disegnando una morbida curva nell'aria, le sei pantere le passarono davanti ruggendo e non appena le ruote ebbero toccato la sabbia di Nasso il carro si fermò, e con esso il suo folle corteo.
Ora la spiaggia era ricca e festosa; un tripudio di donne dal seno scoperto, bestie feroci, satiri e sileni ubriachi, ma l'attenzione della giovane era tutta per l’uomo alla guida del carro.
Sapeva chi era.
Non lo aveva mai incontrato prima d'allora, eppure lo conosceva da sempre.
«Che succede, dolce fanciulla?» le domandò lui con un sorriso spontaneo.
Era un bel ragazzo dagli occhi grandi e verdi, da bambino. Sulla testa sfoggiava una corona d’uva, foglie d’edera e vite; i grappoli gli dondolavano sulle tempie, l’edera aveva i colori dell’autunno. Indossava una tunica scarlatta che gli lasciava scoperto per metà il torso, e un mantello in pelle di leopardo che dalle spalle cadeva giù donandogli un aspetto maestoso e selvaggio.
Arianna, realizzando di avere davanti a sé un Dio dell'Olimpo, sentì il cuore battere all'impazzata.
Oh, Dioniso! Signore del Vino e dell'Estasi! Tu che vivi di festa e allegria cosa mai vai cercando su quest'isola maledetta? Qua non v'è nulla che possa deliziare il tuo animo ridente, se non una principessa dal cuore spezzato e le vesti zuppe e sporche che non vede l'ora di morire!
Imbarazzata per il proprio aspetto disordinato, Arianna si sistemò meglio la tunica sulle ginocchia e nascose dietro la schiena la folta chioma, ancora umida d'acqua di mare.
«Il m-mio uomo mi ha ab-bandonata...» singhiozzò sforzandosi di mantenere un tono di voce calmo: non voleva che il pianto le imbruttisse ulteriormente il viso, già arrossato dalla disperazione; non ora che aveva su di sé gli occhi di un Dio, per di più così attraente. «Ha approfittato del mio amore come un ladro approfitta dell'oscurità per compiere i propri misfatti, e spietato come pochi mi ha lasciata qua, a impazzire per lo strazio e l'umiliazione... Oh! Povera me!» La giovane si portò entrambe le mani al volto e ricominciò a piangere disperatamente.
Colpito da quelle lacrime il Dio mutò subito espressione. Balzò giù dal carro e le si avvicinò con fare premuroso. «Oh, no, no, non piangere» disse chinandosi su di lei e con il lembo del mantello di pelliccia iniziò ad asciugarle delicatamente le guance.
Arianna, sorpresa da quel gesto tenero, fissò gli occhi nei suoi e quando il Dio le sorrise sentì le gote avvampare e il cuore mancare un battito.
Visto da vicino, Dioniso era bello da togliere il fiato, e per qualche istante la principessa si perse nei suoi grandi occhi color bosco. E quando si accorse di aver indugiato troppo si schiarì la voce, intrecciò le dita tra loro e lasciò fuggire lo sguardo, più timida che mai. Infine prese un respiro a pieni polmoni, che la aiutò a calmarsi e ad allontanare l'impulso di cedere alle lacrime.
«Ecco, brava...» sussurrò Dioniso, felice che la crisi di pianto della fanciulla si stesse spegnendo; ciononostante continuò ad accarezzarle le guance e il collo col suo mantello, fingendo che fossero ancora umidi al solo scopo di starle vicino il più a lungo possibile. «Nulla è per me più doloroso che vedere una bella donna nel fiore degli anni disperarsi in tal maniera. È un'immagine che non riesco a reggere. Ma dimmi, fanciulla, qual è il nome dell'infame che osò abbandonarti qui?» 
«Teseo di Atene, figlio di Egeo ed Etra» rispose Arianna, senza alcuna esitazione: il desiderio di vendetta che le albergava nell'animo non si era ancora estinto, tanto profonda era la delusione che la tormentava. «Questo il nome dell'uomo che a giorni avrei chiamato marito: Teseo
«Dimenticalo, bambina. Un simile codardo non merita il tuo amore e la tua devozione. Tu, invece, come ti chiami?»
«Sono Arianna di Creta, figlia di Re Minosse.»
«Arianna. Che nome ammaliante...» mormorò fra sé e sé il Dio sedendosi sulla sabbia accanto alla giovane: un altro gesto che la stupì molto. «Arianna… Arianna… il tuo nome è come il vino, potrebbe non stancarmi mai. Oh, ma che sbadato! Non ti ho neppure domandato se gradisci del vino! Perdonami.» Il Dio schioccò le dita e fece un cenno a una delle menadi, le graziose fanciulle seminude che stavano danzando e bevendo intorno a loro sulla spiaggia, in compagnia dei satiri. «VINOOO!» gridò e subito tornò a guardare la principessa al suo fianco. «Ah, nel caso avessi ancora dei dubbi a riguardo, ebbene sì: io sono Dioniso, Dio del Vino, della festa e di tutto ciò che nella vita è godimento.»
All'improvviso si udì un tonfo sordo, seguito da un’esplosione di risate: Sileno, vecchio e grasso maestro del Dio, in preda ai fumi dell’alcool era caduto di testa dalla groppa della sua asina, col viso affondato nella sabbia.
Nell’assistere a quella scena Dioniso scoppiò a ridere tenendosi la pancia e piegandosi in avanti, come un bimbo in preda a un eccesso di riso. «Ah, Sileno! Sbronzone mio! Tu sì che sai come animare una festa, ma bada a non romperti l'osso del collo!» gridò esilarato il Dio, con le lacrime agli occhi, e non appena recuperò il controllo di sé si portò una mano alla bocca, con fare colpevole. «Perdona la mia scortesia, bella Arianna. Non è assolutamente mia intenzione ridere di fronte al tuo dolore...» disse mentre una biondina dal seno nudo si avvicinava offrendogli una coppa d'oro colma di vino, che lui prese subito in mano. «Ma capirai che un vecchio sbronzo che cade da un ciuco è uno spettacolo a cui neppure un Dio può resistere! Anzi, sono certo che sotto sotto fa ridere pure te, anche se per pudore non lo dai a vedere. Ho ragione? Ho ragione?»
Con la mano libera il Dio stuzzicò la guancia della giovane cercando di rallegrarle l'umore, e lei rise forte, colta di sorpresa da un moto di solletico.
«Oh, no, vi prego! Mi date i brividi!» esclamò Arianna portandosi la mano alla bocca, a coprire quel sorriso inaspettato, e di nuovo i verdi occhi di Dioniso la folgorarono, irrorandole il corpo di calore: l'inconfondibile calore dell'innamoramento.
Quanto è bello...
Il Dio, rapito a sua volta dalla bellezza genuina di quella mortale che, nonostante le vesti stropicciate e l'acconciatura disfatta, gli sembrava più splendida e desiderabile della stessa Afrodite, si avvicinò ulteriormente a lei e godé del suo profumo. Poi, quand'erano ormai così vicini che avrebbero potuto baciarsi, si allontanò quel tanto che bastava per interporre tra loro la coppa di vino. «Che dici, Arianna, brindiamo al tuo ritrovato sorriso?» domandò.
La principessa, col viso sempre più rosso per l'infatuazione, tanto il bel Dio aveva fatto colpo su di lei, annuì lievemente. «Volentieri, mio Signore...» rispose con un sussurro e Dioniso, con fare sensuale, quasi non vedesse l'ora di ammirarla mentre assaporava il suo vino, le poggiò il bordo della coppa sulle labbra.
«Bevi, fanciulla...» disse con voce calda. «Bevi e rallegrati. Ora con te ci sono io.»
Arianna non pensò più a nulla; chiuse gli occhi e prese un gran sorso, accorgendosi solo in quel momento di essere incredibilmente assetata, e subito si illuminò: quel vino era squisito, una vera delizia.
Soddisfatto della sua reazione il Dio bevve a sua volta, poggiando le labbra nel punto dove le aveva poggiate lei e facendo attenzione che notasse questo dettaglio, che altro non era se non l'ennesimo tentativo di evidenziare il proprio interesse nei suoi confronti: un interesse sul quale Arianna iniziava a interrogarsi.
O Signore dell'Ebbrezza e dell'Euforia, possibile mai che sia la luce dell'amore a rendere il vostro volto così ammaliante? Possibile che questa fanciulla sventurata, che nulla ha più da offrire se non tutta se stessa, vi abbia conquistato il cuore? Oh, vi prego, non guardatemi così! La mia fantasia corre e i miei sentimenti per voi si fanno di fuoco... fuoco che brucia...
Dioniso finì di bere il vino e posò sulla sabbia la coppa ormai vuota. «Mi piaci, Arianna...» disse sfiorando con la punta delle dita il viso della principessa, come se avesse percepito la sua incertezza e i suoi dubbi. «Le parole non possono esprimere quanto io sia incantato da te...»
Ora erano di nuovo vicinissimi e Arianna avvertì una vampata di calore scaldarle l'addome e l'inguine: qualcosa di simile a una fitta di piacere, che le fece tremare le labbra.
Il Dio emanava un'energia particolare, un'aura divina che lei sentiva premere addosso a sé e di cui riusciva a cogliere ogni sfumatura: l'inestinguibile sete di vino, la follia, la passione per i festeggiamenti, il caos nella sua forma più violenta... e la lussuria, quella spinta sessuale primordiale che non si dà alcun limite pur di raggiungere l'appagamento...
Arianna deglutì, attratta da quel Dio che nulla aveva in comune con lei, casta e pudica, ma che chissà per quale ragione sentiva così affine. Così perfetto. 
«...perché proprio io?» domandò con un fil di voce, occhi negli occhi con Dioniso. «Il mio aspetto è misero e il mio animo è corroso dal desiderio di vendetta. Guardatemi, non merito le attenzioni di un Dio...»
«Ti prego, rinuncia a questa riverenza. Sono una divinità dell'Olimpo, è vero, ma non voglio che tra me e te vi sia una simile distanza. Rilassati, fanciulla, e rivolgiti a me com'eri solita fare quando t'intrattenevi a chiacchierare con quel Teseo. Mi faresti piacere.»
«Lo farò senz'altro...» rispose Arianna accennando un sorriso e il Dio, dopo averla accarezzata ancora una volta, si alzò in piedi a contemplare la festa che si stava consumando tutt'attorno tra canti, danze e bevute. Si fece portare un'altra coppa di vino, ne prese un sorso, si passò la lingua sulle labbra e tornò a rivolgersi ad Arianna, rimasta seduta sulla sabbia.
«Allora dimmi, mia cara: con che modalità vuoi ch'io punisca Teseo?»
«...cosa?»
Dioniso alzò un sopracciglio, dubbioso. «Non sei stata forse tu a implorare gli Dei del cielo di castigarlo per la sua crudeltà? Di impedirgli di far ritorno a casa con la serenità nel cuore?»
All'improvviso la fanciulla avvertì una sensazione sgradevole: un misto tra imbarazzo, disgusto e dispiacere. Abbassò il capo, senza dire nulla.
«Oh, non vergognarti, Arianna!» esclamò Dioniso scuotendo la testa. «Io AMO la vendetta e non v'è Dio sull'Olimpo che non provi immensa soddisfazione a punire chi merita d'esser punito! E il fatto che tu desideri riscattare te stessa ti fa onore, perciò metti da parte ogni remora e confidami quale sciagura vuoi ch'io abbatta sull'uomo che ti rovinò la vita. Non hai che da chiedere e io per te eseguirò.»
Arianna riordinò i suoi pensieri per qualche momento, poi tornò a guardare il Dio. «Conoscerà mai il dolore? Piangerà mai tanto quanto ho pianto io su questa spiaggia desolata?»
«Il destino degli uomini è nelle mani delle Moire, le Filatrici Eterne di cui persino mio padre Zeus ha timore, e loro soltanto sanno ciò che accadrà» rispose Dioniso poco prima di prendere un altro sorso di vino. Poi continuò: «Eppure ciò che avverrà al principe è intuibile. Come tutti gli eroi e i mortali che per le loro imprese rimarranno nella storia, anch'egli andrà incontro a un inevitabile declino, dopo aver sperimentato la gioia più elevata e il patimento più folle.»
«Allora sia ciò che il fato ha deciso per lui» replicò la giovane, con lo spirito più calmo. «In fondo non sta a me decidere quanto debba soffrire...»
Dioniso le sorrise. «Sei tanto buona, dolce Arianna...»
«Ma cosa ne sarà di me?» domandò lei.
«La debolezza e la paura non ti appartengono, lo so bene» rispose il Dio continuando a sorriderle. «Da tanto osservo la tua vita. Sei ingegnosa, il coraggio non ti manca e di nobiltà d’animo hai pieno il cuore. Affascinante il trucchetto del filo! Ti faccio i miei complimenti augurandomi che tu li abbia ricevuti anche da quell’ingrato a cui a Creta salvasti la vita...»
Arianna rivolse a Dioniso uno sguardo sorpreso e lui si morse un labbro con l’atteggiamento di chi sa di essersi fatto sfuggire una parola di troppo. «Ups... da questa boccaccia scappa sempre qualcosa più del necessario, soprattutto quando bevo...» mormorò tra i denti e subito il suo sorriso si allargò. «Ebbene sì. Ti conosco da tanto. Si potrebbe dire che abbia finto di non sapere, prima, chiedendoti per quale ragione stessi piangendo, cosa fosse successo… Sì, conosco la vicenda nei dettagli. Conosco Teseo, so che sei figlia di Minosse. So tutto ma avevo voglia di sentirlo raccontare da te, dalla tua bella voce...»
«Oh, suvvia! Ma che scherzi mi fai?» esclamò la principessa ridendo di gusto. «Ti avrò annoiato per tutto il tempo, con le mie chiacchiere...»
Dioniso, con le guance ora rosse per l'ebbrezza crescente e la passione che minuto dopo minuto si faceva più intensa, rovesciò la testa all'indietro e bevve in un sol sorso tutto il vino della coppa. Poi se la gettò alle spalle e tese la mano alla fanciulla con fare solenne.
«O dolce Arianna dagli occhi che brillano. Dimentica il vile figlio d'Egeo, che ti lasciò su quest'isola senza voltarsi indietro, e fa' della tua tenerezza e dei tuoi sorrisi un dono speciale per me e me soltanto.»
La giovane, colpita da quell'esplicita dichiarazione d'amore, si portò una mano al seno. Fece per aprire bocca ma il Dio la anticipò.
«M'incanti, fanciulla, e io ti amo come non ho mai amato nessuna in tutta la vita. Ti prego, non dubitare di queste mie parole, non accoglierle con diffidenza. Sono ubriaco ma so ciò che dico e mai, per nessuna ragione al mondo, oserei far del tuo buon cuore un oggetto di trastullamento. L'amore che provo per te è puro, limpido quanto le lacrime che hai versato per colui che non le meritava, ed è spinto da questo amore ch'io, Signore del Vino e della Festa, ti chiedo di unirti a me.»
Oh, Dioniso...
«Sposami, Arianna. Stringi questa mano e accettami come tuo sposo, e con immensa gioia io ti offrirò l'Olimpo e il mio eterno amore.»
Arianna non ci pensò su neppure un istante. Sorrise e poggiò la mano su quella del Dio lasciandosi deliziare dalla sua aura immortale, e scattò in piedi. Subito Dioniso le cinse la vita col braccio stringendola a sé, e per qualche momento, rapita dalla bellezza di quel viso divino, la principessa si sentì venir meno.
Era tutto così incredibile.
Così meraviglioso.
«Mi sposi?» domandò il Dio.
«Sì» replicò pronta Arianna, più felice che mai. «Certo che sì!»
Dioniso sorrise e il suo viso si illuminò di luce. Dalle foglie d’uva che gli ornavano il capo sfilò dell’edera e la intrecciò fino a farne una corona. «Ti prego di accettare questo dono, mia amata Arianna, come segno del profondo amore che provo per te.» Detto questo, posò la corona di foglie sul capo della fanciulla, che riconoscente gli prese la mano, se la portò alle labbra e la baciò.
«Anch'io ti amo, mio bel Dio sceso dal cielo, e t'amerò sempre, qualsiasi cosa accada. Sei quanto di più prezioso mi abbia mai offerto la vita e io farò il possibile, e anche l'impossibile, per essere una moglie degna di te.»
Colpito da tanta devozione e dolcezza, il Dio si sentì ardere dal desiderio di sposare quella bella mortale e sopraffatto dall'euforia la baciò sulle labbra: un bacio passionale, di quelli che mozzano il fiato, che Arianna ricambiò subito stringendosi al suo corpo, pazza d'amore.
Rimasero così, aggrappati l'uno all'altra come due amanti che dopo innumerevoli anni di lontananza si erano finalmente ritrovati, fino a quando Dioniso si staccò dalla sua bocca e volse il capo, deciso a comunicare la lieta notizia al proprio seguito.
«L'incantevole Arianna di Creta ha acconsentito a sposarmi! CHE SIA FESTA, GIOIA E VINO!» gridò e l'annuncio fu accolto da un boato d'esultanza da parte dei suoi seguaci. La musica dei tamburelli e dei flauti si fece più forte, le risate più fragorose; il vino cominciò a scorrere a fiumi, rinfrescò le gole, macchiò le vesti, e dalla spiaggia di Nasso l'entusiasmo per l'imminente matrimonio giunse fin sulla cima dell'Olimpo, dove gli Dei si prepararono ad offrire alla nuova coppia di innamorati un'accoglienza di tutto rispetto.
Dioniso, mano nella mano con Arianna, la accompagnò al carro d'oro.
«Sei bellissima...» le disse incapace di staccarle gli occhi di dosso, mentre menadi e satiri saltavano gioiosi accanto a loro.
Arianna gli rivolse un'espressione tra la timidezza e l'imbarazzo. «Sono ancora umida d'acqua di mare, sono inguardabile...»
«Tu non sai quanto sei bella» rispose il Dio baciandola sulla guancia.
«E tu sei ubriaco e non sai ciò che dici» ribatté lei, con un sorriso divertito.
Dioniso si lasciò scappare una risata. «Oh, amor mio! La mia è solo un'ebbrezza leggera, posso fare ben di peggio! Credimi, non hai ancora visto nulla... preparati.»
Arianna gli diede una spintarella giocosa, di quelle che invitano implicitamente a smetterla di dire sciocchezze, e montò sul carro, fiera e sorridente. Le lacrime e il dolore di poco prima erano già un pallido ricordo, lontano come la nave di Teseo all'orizzonte. Ora era felice e di nuovo innamorata, e sentiva che lo sarebbe stata per tutta l’eternità. E dopo averla fatta accomodare, il bel Dio del Vino le si sedé accanto, schioccò le redini e il carro d’oro ripartì verso il cielo, accompagnato dal suo folle seguito.


5 commenti:

  1. Bellissimo, complimenti!!! Per un attimo pure io mi sono innamorata di Dioniso.

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  2. Scritto divinamente, riesce a trasportarti all'interno della scena, davvero un testo magnifico e una lettura piacevolissima che fa emozionare. Sarebbe davvero stupendo poter leggere una specie di seguito, con il loro matrimonio o l'arrivo di Arianna sull'Olimpo... Complimenti vivissimi!

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  3. Davvero splendido, è una delle cose più dolci che abbia mai letto! Sono diventati la mia coppia preferita ^^
    Ho ancora il cuore che batte, riesce a darti un emozione enorme.
    Come sempre è una storia stupenda!

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  4. molto bella, una versione del mito dolce e piena di grazia. alcuni teorici delle religioni sostengono che Arianna sia stata vittima di un sacrificio umano e ascesa all'Olimpo in forma divinizzata. questo racconto proprio come il mito ci racconta teatralmente una verità assai più dura. Dioniso per eccellenza é il dio del sacrificio, fatto a pezzi e mangiato dai titani poi fatto rinascere come Dio dalle ceneri di questi. Dioniso é il compagno adatto ad accompagnare Arianna all'Olimpo dopo la sua morte atroce. questa versione soft che parla del loro amore é una splendida forma tragica che cela e solo annuncia la verità del classico sacrificio della vittima femminile.

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