martedì 19 aprile 2016

AMORE NERO (Ade e Persefone)




Silenziosa e dal passo triste come un'anima appena giunta nell'Oltretomba, Persefone sfilò tra le ombre dei defunti nell'immensa Prateria degli Asfodeli, davanti al Palazzo di Ade. L'aria pesante e nebbiosa degli Inferi le entrava dentro ad ogni respiro, soffocandola di malinconia e instillandole un persistente desiderio di pianto, perché tutto di quelle terre così lontane dai verdi e rigogliosi campi della superficie, ai quali era abituata, odorava di morte: il suolo grigio e secco, le torbide acque del fiume Stige, il cielo fosco privo di astri, più simile al fondo di un pozzo maleodorante che a una bella volta celeste...
Persino il più insignificante dei dettagli di quel mondo sotterraneo era intriso di disperazione, quasi i lamenti e le lacrime dei defunti, nel lento fluire dell'eternità, lo avessero in qualche modo corroso incupendone l'aspetto.
Ma la Dea, pur avvertendo gli occhi farsi umidi, ricacciò indietro il desiderio di cedere alle lacrime e proseguì sul suo cammino.
Da quando Ade l'aveva strappata dal regno dei vivi sposandola contro la sua volontà, Persefone aveva cercato conforto nel pianto innumerevoli volte, e le lacrime erano riuscite per qualche minuto ad alleggerire il suo dolore perché nel versarle aveva rivolto le proprie preghiere al padre Zeus affinché intercedesse per lei e la salvasse da quell'oscuro destino. Ma ora che il suo fato era segnato, ora che persino sua madre Demetra si era messa il cuore in pace e aveva accettato quelle circostanze, Persefone sapeva che piangere avrebbe solamente intensificato la sua sofferenza e null'altro.
Avrebbe passato sei mesi dell'anno accanto al suo sposo e gli altri sei in superficie, di nuovo tra le braccia di sua madre.
Così era stato deciso e lei doveva piegarsi al volere degli Dei.
Doveva essere forte. Se lo ripeteva continuamente.
Ma accettare quel destino non era cosa semplice e più il tempo passava più Persefone aveva l'impressione di essere stata seppellita viva: giovane, bella e viva, sotto tonnellate e tonnellate di terra dall'odore nauseante, costretta suo malgrado a farsi del male ricordando con nostalgia i bei momenti trascorsi alla luce del sole, a raccogliere fiori e intrecciare coroncine d'edera e biancospino in compagnia delle sue più care amiche.
Come potrò mai abituarmi a tutto questo? Come potrò mai amare l'uomo che mi ha rovinato la vita?
Persa nei suoi pensieri, Persefone passeggiava tra le ombre decisa a mescolarsi ad esse e ad avere, seppure per qualche istante, l'impressione di svanire nel nulla, dimenticata da tutto e tutti. Ma i defunti, riconoscendo in lei la sposa del Re degli Inferi, le aprivano la strada con deferenza ed evitavano di incrociare il suo cammino offrendole più spazio di quanto desiderasse.
Allora lei si allontanò dalla mischia per ammirarla da lontano e con l'erba ruvida della Prateria degli Asfodeli a farle il solletico sotto i piedi scalzi raggiunse un cipresso bianco, a sinistra del Palazzo di Ade. Ne sfiorò il fogliame con la punta delle dita e lo trovò freddo, quasi la pianta fosse morta da tempo. Per nulla sorpresa calò la mano e volse il capo verso le inquietanti ombre ammassate più avanti.
Il fiume Lete, uno dei cinque fiumi infernali, lambiva la Prateria degli Asfodeli a sud, scorrendo alla sinistra del tempio di Ade. Noto a Dei e mortali con l'appellativo di fiume dell'oblio, attirava le anime dei defunti col potere delle sue scure acque capaci di cancellare ogni ricordo dell'esperienza terrena appena conclusa, piaceri e dolori compresi.
Persefone osservò in silenzio quelle ombre, chine sulle sponde del Lete, e provò invidia per loro. In quanto Regina degli Inferi quelle magiche acque non avrebbero avuto alcun effetto su di lei, se mai avesse avuto il coraggio di berle.
Ormai questo è il mio destino... posso solo attendere il trascorrere dei sei mesi...

La fanciulla si passò una mano sull'addome e sospirò affaticata, come se avesse camminato per miglia e miglia.
Si sentiva debole: da giorni aveva perso interesse nei confronti del cibo.
Sedere a tavola nella grande Sala del Palazzo e cenare con Ade, faccia a faccia con l'uomo che l'aveva rapita e che ora lei era costretta a chiamare marito, era un disagio simile a una tortura, una sofferenza talmente forte da chiuderle lo stomaco e impedirle di mangiare.
Tutto di quei pasti le era insopportabile: il cibo dei morti, così differente dalle pietanze calde e saporite che era abituata a mangiare in superficie; le candele dalle fiammelle tremanti che a fatica rischiaravano l'ampia e fredda sala; il modo in cui Ade si rivolgeva a lei tra un boccone e l'altro, evitando di incrociare il suo sguardo...
Il Dio stava in silenzio per la maggior parte del tempo, limitandosi a mangiare e bere con estrema lentezza, e se avesse taciuto per tutta la durata del pasto forse Persefone sarebbe riuscita a dimenticarsi di lui e a trovare di nuovo un accenno di appetito. Ma lui le parlava, seppur raramente, e ogni volta che udiva la sua voce la fanciulla si sentiva attraversare da un brivido profondo che dalla nuca le correva gelido giù per la schiena. Non era un fremito di paura né di tristezza, bensì di rabbia. Un impulso feroce che le faceva prudere le mani.
Il pranzo è di tuo gradimento?
Mia cara, sei così silenziosa...
Dopo cena potremmo andare a passeggiare fino alle sponde dell'Acheronte, se ciò ti aggrada...
Non hai toccato cibo... c'è qualcosa che posso fare per te?
I commenti e le domande che Ade le rivolgeva mostrandosi interessato a lei e al suo benessere la facevano infuriare, quasi fossero delle autentiche prese in giro, e il fatto che non la guardasse negli occhi ma evitasse volontariamente il suo viso contribuiva ad acuire il nervosismo che le ardeva dentro e che giorno dopo giorno le sembrava sempre più difficile da tenere a bada.
Prima o poi sarebbe esplosa, ne era certa. E raggiunto il culmine della sopportazione non si sarebbe limitata ad abbandonare la sala lasciando il marito da solo, com'era solita fare, bensì lo avrebbe aggredito: non sapeva ancora come, ma era sicura che lo avrebbe fatto. Non poteva tollerare i suoi tentativi di instaurare una conversazione amichevole, di circostanza, come se i rapporti tra loro fossero rosei e lei si trovasse nell'Oltretomba per puro divertimento, né gli avrebbe permesso in alcun modo di spezzare lo spesso muro di ghiaccio tra loro, neppure ora che erano ufficialmente marito e moglie.
Era riuscito a rubarle la vita e il sorriso, ma non avrebbe mai potuto conquistare il suo rispetto e men che meno il suo amore. Non glielo avrebbe permesso.
Una fitta di dolore, violenta e inaspettata, le colpì lo stomaco e subito Persefone sentì la testa girare: le anime radunate sulle sponde del Lete si sdoppiarono e triplicarono, i loro contorni si fecero confusi. Per qualche istante tutto iniziò a oscillare lungo la linea dell'orizzonte, quasi l'Oltretomba fosse divenuto un'enorme nave in balia delle onde del mare.
La Dea mugolò sofferente. Strizzò le palpebre, le riaprì e i contorni del mondo iniziarono a tornare al proprio posto. Il capogiro si fece più lieve, più sopportabile, ma le gambe molli e incerte, sul punto di cedere, la convinsero che fosse meglio sedersi. E come un ubriaco alla disperata ricerca di un po' di equilibrio, Persefone le accontentò scendendo piano a riposare sull'erba di fronte al cipresso.
Sofferente nel corpo e nello spirito, chinò il capo: le braccia strette al ventre; gli occhi socchiusi per la stanchezza e la malinconia; i lunghi capelli biondi, quanto di più luminoso ci fosse in tutto l'Oltretomba, che sciolti le contornavano il viso e i seni.
Si chiese quanto avrebbe potuto resistere così, schiacciata dalla depressione e dal dolore.
Sei mesi qui... per tutta l'eternità... perché? Perché proprio io?
Sospirò ancora e quando l'ennesima boccata d'aria infernale le entrò nei polmoni sentì riaffiorare la voglia di abbandonarsi al pianto. A fatica la ricacciò indietro ma una lacrima sfuggì al suo controllo e le scivolò sulla guancia.
Se solo avesse potuto si sarebbe lasciata morire di fame senza indugio, ma ciò era impossibile: in quanto Regina degli Inferi il destino l'aveva crudelmente privata della possibilità di togliersi la vita, ma Persefone era decisa a sfidarlo lo stesso. Non sarebbe morta, ne era consapevole, ma come un bel fiore strappato alla terra sarebbe appassita, istante dopo istante, giorno dopo giorno, e nessuno, neppure lei stessa, avrebbe potuto impedire che ciò avvenisse.
Lo stomaco, stremato dal lungo digiuno, fu colpito da un'altra fitta e la fanciulla sentì la debolezza affuscarle la mente. Si portò una mano alla fronte e scoprendola fredda e sudata chiuse gli occhi, sforzandosi di dimenticare i propri tormenti e l'inquietante mondo sotterraneo nel quale era intrappolata.
«Persefone...»
Una voce le sussurrò alle spalle e d'istinto la giovane si voltò, pur sapendo bene chi la stesse chiamando.
Era Ade, signore degli Inferi.
Persefone scrutò in velocità la sua tetra figura e subito volse il viso dalla parte opposta, con evidente fastidio.
Il Dio sorrise nervosamente, per nulla stupito da quella reazione. Si passò una mano sul torace, a lisciare la lunga tunica nera dalle rifiniture color oro, quasi volesse presentarsi al meglio agli occhi della moglie. Si schiarì la voce e chinò di poco il busto verso di lei, seduta davanti all'alto cipresso.
«Persefone...?» chiamò di nuovo, col tono incerto di chi teme di non essere stato udito.
La Dea si voltò di scatto, furibonda come una gatta a cui avessero appena tirato la coda. «Io non mi chiamo Persefone!» ruggì addosso al marito. «Il mio nome è Kore! KORE
Il sorriso di Ade si fece più teso, la sua postura più rigida. Si era tristemente abituato alle lacrime della moglie ma i suoi scatti d'ira erano una novità, qualcosa che non era ancora in grado di gestire adeguatamente. Sapeva che la Dea non amava il nuovo nome acquisito dopo le nozze e che faticava a lasciarsi alle spalle Kore, il suo nome terrestre, e sebbene non comprendesse il motivo di tanta reticenza Ade aveva deciso di non farle alcuna pressione a riguardo.
«Mia cara...» disse chinato col busto verso di lei. «Ti senti male?»
Irritata da quella domanda, che considerata la sua drammatica situazione le sembrò alquanto inopportuna, Persefone si voltò di nuovo dalla parte opposta: lo sguardo affilato e cupo; la bocca stretta in una linea sottile e austera.
Non rispose, decisa ad ignorare il più possibile il consorte, e Ade accolse il suo silenzio con gran pazienza facendo correre lo sguardo sulle ombre radunate nei pressi del Lete. Si accarezzò la barba, un po' a disagio per i modi freddi della moglie, poi tornò a rivolgersi a lei.
«Sei debole...» le disse a bassa voce ammirandola a distanza, ora che era voltata e non lo guardava. «Temo che tu non stia mangiando a sufficienza... e questo mi spaventa...»
Persefone gli lanciò un'occhiataccia obliqua. La preoccupazione di Ade nei suoi confronti invece di lusingarla la faceva irritare. «Non dire sciocchezze!>> esclamò. <<Cosa mai mi potrebbe capitare? Non mi è concesso il lusso di morire.»
«È vero. Non puoi morire. Ma puoi soffrire molto...» Il sorriso nervoso di Ade sparì, i suoi occhi si fecero più bui. Amava Persefone e vederla così debole, quasi incapace di reggersi in piedi, lo faceva stare male. «Mangia qualcosa. Ne hai bisogno...»
«Vattene» rispose secca lei, offrendogli di nuovo le spalle.
«A-ascolta...»
«Vattene.»
Ade sospirò pesantemente, colpito da quel tono duro che non accettava alcuna replica, e senza dire più una parola si girò e si allontanò lento in direzione del Palazzo.
Persefone attese qualche minuto, infine si voltò per accertarsi di essere davvero rimasta sola, e quando vide che del marito non vi era più traccia tornò a perdersi nella propria malinconia. Poggiò il viso sulle ginocchia e chiuse gli occhi, stordita dalla debolezza e dai pensieri più cupi, e si lasciò dominare da un dolce torpore: qualcosa a metà strada tra il sonno e la veglia.
Rimase così per un lasso di tempo che non avrebbe saputo definire, fino a quando una voce le sfiorò le orecchie come una carezza, riportandola in sé.
«Cara...»
La fanciulla aprì gli occhi a fatica. Le palpebre sembravano pesare come macigni, la testa aveva ripreso a girare. Sollevò la testa e guardò oltre le proprie spalle, in direzione della voce.
Era di nuovo Ade.
Nella nebbia degli Inferi e della propria confusione mentale Persefone intravide la sua sagoma, a pochi passi da sé: il capo lievemente chino, il sorriso insicuro, lo sguardo che faticava a fissarsi nei suoi occhi. Il Dio aveva le mani dietro la schiena ma lei non notò questo dettaglio, e quando lui le fu accanto lo ignorò, tornando a concentrare la propria attenzione sulle anime intente ad abbeverarsi sulle sponde del Lete.
Ade si schiarì la voce: lo faceva spesso prima di parlare con la moglie, nel tentativo di dissipare il fastidioso nervosismo che come una densa colla pareva bloccargli le parole in gola. Fece per dire qualcosa ma Persefone lo anticipò.
«Ti avevo detto di andartene.» disse la Dea con voce stanca ma dura a sufficienza da intimorire chiunque. «Desidero stare da sola. Perché mi tormenti in questo modo?»
«Io... ti ho portato una cosa...» Ade distese il suo sorriso cercando di mostrarsi caloroso, ma i suoi occhi tristi e sfuggenti rivelavano l'incertezza che gli fremeva dentro. Estrasse una mano da dietro la schiena, nella quale reggeva una mela d'un verde invitante. La porse alla moglie. «Bella, vero? A casa ne ho un cestino colmo. Prendila, te ne prego. Hai bisogno di mangiare, lo vedo dal tuo viso...»
Gli occhi di Persefone si posarono sul frutto davanti a sé.
Era una mela tonda e lucida: cibo dell'Oltretomba ma bella come quelle che maturavano ai raggi del sole e che lei adorava mangiare. La ammirò ancora qualche istante, poi allungò la mano e la prese.
Immediatamente il viso di Ade si illuminò, più per la sorpresa che per la soddisfazione di essere riuscito nel suo intento: non si era aspettato di vedere la moglie accettare quel piccolo dono, gelida com'era nei suoi confronti, e provò grande piacere nel realizzare d'essersi sbagliato.
Ma non fece in tempo ad assaporare quelle tiepide e gradevoli sensazioni che la situazione si capovolse all'improvviso.
Con violenza Persefone gli scagliò addosso la mela colpendolo in pieno petto e subito Ade sobbalzò per il dolore: duro quanto un sasso, il frutto lo raggiunse alla bocca dello stomaco mozzandogli il fiato e strappandogli un lamento simile a un rantolo.
«Ogh...»
Il Dio si accartocciò, portandosi la mano all'addome nel punto dove era stato colpito. La lunga coda di capelli neri strisciati di grigio gli dondolò accanto al viso contratto in una smorfia sofferente.
Come se nulla fosse Persefone si voltò, riprendendo a ignorarlo. Non disse nulla: quel gesto era stato più espressivo di mille parole e non vi era bisogno di aggiungere altro.
Svanito lo stupore e con lo stomaco ancora dolorante, Ade si lasciò sfuggire una risatina che attirò l'attenzione della fanciulla, spingendola a girarsi di nuovo. «T-temevo che avresti reagito così...» mormorò continuando a massaggiarsi il torace. «Per questo ne ho portate due...» Il Dio estrasse l'altra mano da dietro la schiena e porse alla moglie una seconda mela, verde e brillante come quella che ora giaceva ammaccata sull'erba. «Ti prego, accettala. Hai bisogno di mangiare...»
Impressionata da tanta insistenza, la giovane Dea guardò il marito negli occhi e per la prima volta i loro sguardi rimasero intrecciati. Si aspettò di provare fastidio, odio e rancore e di sentir nascere in sé il desiderio di accettare quella mela e lanciarla con tutte le sue forze in faccia all'uomo che aveva osato trascinarla in quel luogo orrendo privandola della voglia di vivere, ma ciò non accadde.
Per la prima volta Persefone provò per Ade qualcosa di diverso dall'astio: qualcosa che riuscì a rendere più sopportabile il suo dolore e a farla sentire meglio, e questo insolito sentimento la confuse.
Posò gli occhi sulla mela che lui le stava offrendo con così tanta tenacia e la prese.
Ade sorrise ma con meno entusiasmo rispetto a poco prima, e istintivamente si portò entrambe le mani all'addome temendo un altro rifiuto. Persefone percepì la sua ansia e arricciò un angolo della bocca in un impercettibile sorriso, stuzzicata da quel timore. Sollevò la mela e finse di gettarla addosso al marito, che subito si irrigidì. Poi, senza dire nulla, se la portò alla bocca e la morse.
«Ah...haha...» Ade ridacchiò nervosamente, disorientato dal comportamento della moglie, sempre più imprevedibile. Tornò a guardare le ombre radunate sul fiume e si strinse nelle spalle, pensieroso. Con la coda dell'occhio vide che Persefone stava mangiando la mela, seppure con estrema lentezza, e pensò che fosse meglio lasciarla sola. Si schiarì la voce un'ultima volta, mormorò qualcosa in segno di saluto e si voltò, deciso a tornare a Palazzo.
«Aspetta»
Il Dio si bloccò e di nuovo si girò verso la moglie, servizievole quanto uno schiavo. «Dimmi, mia cara. Cosa posso fare per te?»
«Perché?» domandò Persefone senza staccare gli occhi dal frutto e la sua voce suonò cupa e malinconica quanto i lamenti dei defunti confinati nel Tartaro, la regione più scura e macabra dell'Oltretomba, incapaci di rassegnarsi al proprio destino. «Perché mi hai fatto questo?»
Gli occhi di Ade si fecero più tristi, il sorriso premuroso scomparve. Sapeva di non essere in grado di trovare qualcosa di soddisfacente da dire; qualcosa che non suonasse come una sciocca giustificazione capace solamente di intensificare l'odio che Persefone già nutriva per lui, perciò rispose con un sofferto silenzio, non potendo fare altrimenti.
La fanciulla lo guardò e i loro sguardi si incontrarono ancora, ma stavolta gli occhi di Ade fuggirono, colpevoli come quelli di un assassino. E in quel momento Persefone capì che il Dio non aveva alcuna intenzione di replicare alla domanda e il suo persistente silenzio la offese, sicura com'era di avere diritto a delle spiegazioni.
Sospirò seccata palesando tutta la propria irritazione e tornò a dargli le spalle. Con poco entusiasmo si portò la mela alla bocca e le diede un altro morso, riprendendo a fare finta che il marito non esistesse.
Ade percepì all'istante quella chiusura e se ne rammaricò.
Desiderava alleviare le sofferenze della moglie ma sentiva di non esserne capace né di avere davanti a sé una fanciulla disposta ad accettare i suoi goffi tentativi di risollevarle il morale. Avrebbe dovuto lasciarla perdere e concederle altro tempo, altre ore di solitudine, altro spazio per riflettere e imparare a rassegnarsi all'inevitabile: sapeva che era quella la scelta più saggia per entrambi, la più indolore.
Ma quando fece per ritirarsi offrendole la schiena, il Dio si sentì travolgere da un moto improvviso di attaccamento nei suoi confronti: un'emozione penetrante, impossibile da ignorare, che gli fece desiderare la compagnia della Dea più di qualsiasi altra cosa al mondo e a qualsiasi condizione.
Rabbia, rancore, odio... nessuno dei neri sentimenti che Persefone covava nel cuore a causa sua, neppure il più truce, gli sembrò avere più importanza.
La voleva con sé. Voleva sentirla vicina.
Allora, stando attento a non sfiorare in alcun modo il suo corpo, scese lento a sedersi accanto a lei sull'erba.
Immediatamente Persefone inclinò il busto dalla parte opposta, indispettita dal comportamento del consorte ma per nulla stupita. Si portò la mela alle labbra dandole un altro morso e d'istinto si strinse nelle spalle in posizione di difesa: quella vicinanza la faceva sentire inquieta.
Con discrezione e senza farsi notare, approfittando del fatto che il viso della moglie fosse rivolto dalla parte opposta, Ade scrutò il suo fragile corpo e ripensò a quando l'aveva stretto con brutalità il giorno che era salito in superficie per rapirla e trascinarla nell'Oltretomba con sé. Non ricordava molto di quei momenti concitati, quasi fossero avvolti nella nebbia, ma le grida di Persefone e la resistenza che aveva opposto spinta dalla disperazione le ricordava alla perfezione.
Le aveva fatto male: per tenerla ferma e impedirle di fuggire le aveva stretto con violenza un braccio e lei aveva pianto, straziata dalla paura e dal dolore. E il livido causato da quella stretta non era ancora svanito dalla sua bianca pelle e quando Ade lo vide distolse lo sguardo, quasi quella visione gli fosse insopportabile.
«So bene che mi odi» mormorò con un mezzo sorriso, per nulla provocatorio. «Non l'hai mai dichiarato a parole, certo. Ma il tuo astio per me è palpabile, così come lo è la tua collera. Lo comprendo... e rispetto il tuo dolore...»
Persefone chiuse gli occhi: le parole del Dio, invece di irritarla, riuscirono chissà come a stimolare il desiderio di pianto che continuava a formicolarle dentro. Poggiò a terra la mela, ormai ridotta a torsolo, e a fatica si voltò verso il marito e ne rimirò il viso.
Era un uomo dall'aspetto maturo, il più anziano tra i figli di Crono e Rea, e il suo volto era ombroso e triste: il tipo di volto che mai avrebbe potuto conquistare l'attenzione di una fanciulla come lei, attratta dalla bellezza dei giovani della superficie dal corpo atletico e il sorriso solare, capaci con un solo sguardo di farla arrossire.
Ade percepì i suoi occhi addosso, troppo pesanti per poter essere ignorati, e la guardò in silenzio. E scrutando lo scuro viso del suo sposo, Persefone pensò con fermezza che se solo avesse potuto non avrebbe mai sposato quell'uomo. Quello non era, e non sarebbe mai stato, suo marito; quello che fin da quando era bambina aveva sognato di avere accanto a sé ogni giorno e notte della sua vita, al quale avrebbe dato con orgoglio figli e figlie, e per il quale avrebbe fatto qualsiasi cosa, anche la più folle, perché perdutamente innamorata.
Non era l'uomo dei suoi sogni.
Era il suo rapitore e lei non avrebbe mai potuto accettarlo.
Eppure faticava a dar libero sfogo all'astio che era certa di provare per lui, quasi i suoi modi servizievoli e premurosi fossero davvero riusciti in qualche modo a placarla. Era gentile, non poteva negarlo. E sebbene dormissero insieme dal giorno in cui l'aveva trascinata negli Inferi, il Dio non aveva ancora tentato un approccio sessuale, limitandosi a dormirle accanto quasi non gli premesse di consumare fisicamente il loro matrimonio, e di questo Persefone gli era grata. La violenza del rapimento l'aveva convinta da subito che fuggire agli abusi sessuali da parte sua sarebbe stato impossibile e che lei, debole e fragile fanciulla, non avrebbe potuto far altro che rassegnarsi ad essi. Ma Ade l'aveva stupita mostrandosi insolitamente rispettoso e ora, occhi negli occhi con lui, Persefone non poté far a meno di chiedersi che razza di sentimenti celasse nel cuore.
«Non puoi avere il mio amore» disse gelida spezzando il silenzio. Fu certa che il Dio avrebbe distolto lo sguardo, colpito dalla durezza di quelle parole, ma lui continuò a guardarla e accennò un amaro sorriso, quasi si aspettasse un commento del genere. «Io non ti amerò mai» continuò la Dea. «Perché mi hai trascinata qui? Per gustarti il mio odio e la mia sofferenza? Che piacere potranno mai darti?»
Ade scosse la testa. «Oh, fanciulla mia... non riesci proprio a capire...»
«No! Non capisco!» Persefone gli lanciò un'occhiata esasperata. «Dividere l'eternità con una moglie rancorosa e ostile... perché, Ade? Perché causare sofferenza a entrambi? Sciocco e crudele! È questo ciò che sei!»
«Non ho avuto scelta...» Il Dio le sorrise, intenerito da quelle parole che invece di ferirlo gli fecero brillare per un momento i grigi e malinconici occhi. Avvicinò piano una mano al viso della moglie, spinto dal desiderio di accarezzarla, ma all'ultimo la ritirò come intimorito dalla sua possibile reazione. «Dovevo averti con me, non ho potuto resistere...»
«Bieco egoismo...» Persefone sibilò disgustata. Sentì le mani prudere e un'improvvisa fiammata di rabbia scaldarle il petto: la voglia di prendere furiosamente a schiaffi il marito fino a farlo cadere davanti a sé, a implorarla di fermarsi.
Ade avvertì quella vampata di collera, bruciante come il fuoco, e la accettò senza remore. «Mia bella regina, colpiscimi se lo desideri. Non aver timore, non alzerò un solo dito su di te...»
Persefone percepì gli occhi farsi umidi, il cuore tuonarle tra le costole. Volse il capo, incapace di sostenere ancora lo sguardo del marito, così spietatamente disponibile nei suoi confronti, e sentì l'ira sciogliersi come neve al sole. Si illudeva di esserne in grado ma dentro di sé sapeva che non sarebbe riuscita a picchiarlo: era una fanciulla dall'animo buono, incapace di cedere al richiamo della violenza, e l'avergli scagliato la mela addosso poco prima era stato il massimo della brutalità alla quale poteva aspirare.
Socchiuse gli occhi, confusa da quel turbinio di emozioni, e tacque. La voglia di piangere era ancora là, in fondo alla gola, difficile da controllare come una nausea persistente.
«Non è facile...» mormorò a fior di labbra Ade, quasi riflettendo fra sé e sé, e si affrettò ad aggiungere: «Regnare sull'Oltretomba...»
Persefone ascoltò la sua voce, non potendo fare altrimenti, e non disse nulla.
«Sai... non è stata una mia decisione. Il destino mi ha condotto qua, in queste lande nebbiose, e come tuo padre Zeus ha accettato il dominio dei cieli e della terra, io ho dovuto fare la mia parte e accettare il trono degli Inferi.» Ade si lasciò sfuggire una risatina nervosa, nel tentativo di addolcire quelle parole che era certo avrebbero rabbuiato ancora di più l'umore della moglie. «In fondo non è così male... una volta che ci si abitua...»
Persefone tornò a guardare le anime dei defunti radunate sulle sponde del Lete, chine a bere quelle magiche acque capaci di lavare la memoria così come si lava un panno sporco. Strinse le labbra chiedendosi come ci si potesse abituare a un simile, inquietante spettacolo e non seppe rispondersi.
«L'oscurità del Tartaro, i lamenti dei dannati, l'aria fosca e pesante che dallo Stige giunge fino a qua, ad avvolgere questa placida prateria... Ci si abitua, mia dolce moglie» continuò Ade. «Ci si abitua ad ogni particolare e questo mondo ti entra dentro e inizia a far parte di te. Ma la solitudine...» La voce del Dio si incrinò, piegata dal peso delle emozioni.
Persefone lo guardò, colpita da quell'accenno di sofferenza, e subito lui si sforzò di sorriderle ma non vi riuscì.
«La solitudine è un'ombra che non ti abbandona mai. La porti con te ed essa riposa silente nel tuo cuore facendoti sentire forte, capace di resisterle. E vi riesci. Riesci a resisterle, fino a quando i tuoi occhi si posano su una meravigliosa creatura che spensierata raccoglie margherite e fiordalisi su un prato, e al pensiero di lasciarla e di tornare nelle viscere della terra ti senti impazzire dal dolore...» Ade si portò una mano alla fronte e il suo viso si fece più buio. Tacque qualche istante poi, senza più guardare la moglie, aggiunse. «Non ho potuto resisterti... è stato tutto più forte di me.»
«Ma non mi hai mai... t-toccata...» Persefone sussurrò timida, confusa dall'atteggiamento del Dio e frenata dal suo stesso pudore. «Io e te... ecco...»
Ade scosse la testa. Si schiarì di nuovo la gola, un po' imbarazzato. «Oh, io ti desidero. Non lo posso negare, sarebbe una menzogna. Ma non ti ho voluta con me per mera lussuria. No, non è stato questo. Ti ho voluta perché... ti amo....» Il Dio rivolse alla fanciulla un'espressione ambigua, tra la dolcezza e la malinconia. «Dolce Kore...»
Nell'udire il marito chiamarla col suo nome terrestre Persefone ebbe un fremito.
«Credimi, io ho bisogno di te...» continuò Ade, ormai incapace di dare un freno al proprio flusso di emozioni. «Non m'importa se mi odi, se vuoi colpirmi e sputarmi addosso o se passerai l'eternità intera a maledire il mio nome. Ti concederò qualsiasi sfogo, anche il più violento, e continuerò a guardarti come se fossi il fiore più splendido mai sbocciato su questa sterile terra infernale. Perché ora tu sei qui, vicino a me, ed è questo ciò che conta.» Il Dio fece una pausa poi aggiunse. «Il tuo odio è per me un dono prezioso. Un sentimento intenso che non avrei mai creduto di meritare.»
Nell'udire quelle parole Persefone sentì il cuore stringersi come uno straccio umido. Scrutò i grigi occhi di Ade e per la prima volta riuscì a guardare oltre al suo egoismo, oltre al muro di diffidenza e astio dietro al quale si era protetta per difendersi e allontanarsi da lui, e ciò che trovò dall'altra parte la lasciò atterrita.
Dolore.
Profondo e nero quanto le torbide acque dello Stige.
E persa in quegli occhi ombrosi dai quali ora le pareva impossibile riuscire a staccarsi, Persefone assaggiò la solitudine del Dio, quell'acuta sofferenza che come un morbo lo aveva tormentato fino al momento in cui si era innamorato di lei trovando in quell'amore un po' di sollievo, e si lasciò sopraffare dalla compassione.
Non aveva sposato un uomo crudele, ma un uomo solo.
Una povera anima straziata dal peso di un destino beffardo, dal quale non le era concesso fuggire.
Una vittima, come lei.
La Dea si portò una mano al petto e scoprì il cuore battere all'impazzata: l'empatia e la pena per il marito si unirono alla disperazione che da tempo covava dentro e la infiammarono. Capì che stavano soffrendo entrambi quando invece avrebbero potuto sostenersi, abbracciarsi, confortarsi, e stremata dalla voglia di accantonare ogni rancore, tanto il suo animo era puro e innocente, e di tentare di avvicinarsi a quel Dio dagli occhi tristi ma dal cuore innamorato, Persefone si arrese alla commozione e scoppiò in lacrime.
Sorpreso da quel pianto inaspettato, d'istinto Ade fece per sfiorare la moglie, mosso dal desiderio di calmarla. Ma certo che sarebbe presto fuggita a versare le sue lacrime in solitudine, come aveva sempre fatto in passato, il Dio desisté e amareggiato si strinse nelle spalle, senza fare né dire nulla.
Ma Persefone non scappò. Con il viso nascosto tra le mani poggiò piano il capo sulla spalla del marito, in cerca di conforto e consolazione.
Ade sussultò, colpito da quel gesto. Mai avrebbe creduto che Persefone potesse avvicinarsi a lui spontaneamente e con una tale irresistibile dolcezza, e subito si lasciò conquistare dal profumo dei suoi capelli: quell'odore di sole, fiori di campo e giovane donna del quale gli era concesso godere solamente la notte, quando lei, a debita distanza, si addormentava nel loro talamo nuziale. Chiuse gli occhi respirandolo a pieni polmoni, infine sollevò un braccio e strinse a sé la moglie, e quella vicinanza così intima gli scaldò il cuore donandogli un piacere feroce, mai provato prima.
Persefone, avvolta nell'abbraccio del marito, nascose il viso tra le pieghe della sua tunica e la bagnò di lacrime, incapace di fermarsi. Sentì la mano di lui sfiorarle timidamente i capelli: il tocco insicuro di chi ha paura di fare troppo forte e quelle carezze impacciate spazzarono via ogni traccia d'astio dal suo animo.
Pianse, per se stessa e per il suo triste sposo, fino a quando un soffice senso di appagamento le pervase il corpo e la mente: un miscuglio di stanchezza e placida serenità. Si asciugò una guancia col dorso della mano mentre Ade continuava ad accarezzarle la testa attendendo con pazienza la fine di quello sfogo, poi sollevò il capo e lo guardò, scossa da sporadici singhiozzi.
Ancora stretto a lei, il Dio ammirò il suo bel viso lucido di lacrime: la guance rosse e umide, le labbra socchiuse per i singhiozzi, gli occhi grandi e brillanti dalle ciglia nere come la notte. Le rivolse uno dei suoi soliti sorrisi incerti, che tanto contrastavano con lo sguardo ombroso e cupo. «O tenera Kore... anche quando piangi sei bellissima...»
Persefone abbozzò un debole sorriso, senza neppure rendersene conto. «No...» mormorò con un filo di voce, provata dal pianto. «Chiamami Persefone...»
Ade la guardò con solennità. «Persefone...» ripeté più innamorato che mai. «La mia Regina...»
La Dea annuì tornando ad appoggiarsi sul suo petto in cerca di affetto e subito Ade la strinse più forte, quasi temesse che gli sfuggisse via come aveva tentato di fare la prima volta che l'aveva stretta tra le braccia.
Ma ora tutto era cambiato.
Ora erano uniti.
E abbracciati l'uno all'altra nella nebbiosa Prateria degli Asfodeli, i due sposi si lasciarono conquistare dal calore di quell'amore nero e malinconico, che pochi avrebbero potuto comprendere ma che loro accolsero come il più prezioso dei tesori.


18 commenti:

  1. E nel fratempo dall'oltre tomba tutte le anime iniziano a fischiare "vaii adee"è bellissimo complimenti vivissimi :) mi hai fatto emozionare ^^

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  2. Se solo sapeste quanto a fondo io riesca a comprendere tutto questo. Stupendo, bellissimo, meraviglioso ed emozionante.

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  3. Mi sono emozionata così tanto che ho quasi pianto.
    I sentimenti che trapelano da queste parole sono davvero intensi!
    Bellissimo pezzo, non c'è che dire~

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  4. Mi hai scaldato il cuore, grazie!!!

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  5. Semplicemente meraviglioso <3 grazie!

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  6. Sempre bello il mito di Persefone e Ade, bello anche come hai rivisto la storia. Scorre bene il racconto, complimenti :)

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  7. ho ancora il batticuore mamma mia che meraviglia

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  8. Il mito di Ade e Persefone è sempre stato il mio preferito...questo racconto è una rappresentazione perfetta di quello che spesso ho immaginato tra loro, di come fosse il loro amore. Splendido, emozionante, da brividi...mi hai commossa. :'-)

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  9. Ho pianto... Meraviglioso

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  10. Mamma mia, ho le lacrime agli occhi!
    Questo è il mio mito preferito in assoluto e il modo in cui hai narrato la loro vicenda è toccante da morire.
    Adoro il modo in cui hai descritto Persefone: lei è rancorosa nei confronti del marito che l'ha strappata alla vita - e chi non lo sarebbe? - ma finisce poi con lo sciogliersi di fronte alla sincerità di Ade.
    E lui, Ade, il potente signore dell'Averno... lui è la dolcezza fatta a persona, esattamente come l'ho sempre immaginato: innamorato della sua sposa, al di là del rapimento, lui la rispetta, la venera... Per lui c'è solo lei, e non potrebbe più fare a meno di quella sposa così amata.

    Complimenti per la splendida storia *^*, sono davvero colpita!

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    1. Ti ringrazio, sono contenta che tu abbia apprezzato! Anch'io trovo interessanti loro come personaggi e come coppia, sono complessi eppure anche equilibrati... oltre che innamorati, ovviamente, nonostante il tutto sia iniziato con un rapimento. Più avanti scriverò di sicuro qualche altro racconto su di loro :)

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  11. E niente, ogni volta che lo rileggo piango. Troppo troppo troppo bello. Grazie.

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  12. Mi ha commossa, non sono riuscita a trattenere le lacrime. Bellissima.

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  13. I tuoi racconti sono fantastici e, sebbene questo sia solo il secondo che leggo, non posso fare altro che farti i miei complimenti!
    Scrivi e descrivi divinamente!
    Vorrei chiederti se posso postare questo tuo racconto su un forum, ovviamente mettendo il link dell'originale. Se non me lo concedi, non lo farò.

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    1. Grazie dei complimenti! E sì, mettendo il link originale puoi postare il racconto dove vuoi :)

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