lunedì 15 febbraio 2016

IL CASTIGO DEL CACCIATORE - (Artemide e Atteone)

ATTENZIONE:   il racconto contiene scene di violenza e allusioni sessuali.



  La valle della Gargafia coi suoi cipressi, i faggi e i pini dal fusto sottile era una morbida conca fra le colline a est di Platea, nel cuore della Grecia. Una selva ai più sconosciuta, nella quale si poteva trascorrere il pomeriggio o tutta la vita, a cacciare cerbiatti, stanare cinghiali o anche solo ad ammirare i raggi del sole che a fatica bucavano la tela di rami e foglie che fitta oscurava il cielo.
E in quell'incantevole porzione di mondo abbellita da ruscelli d’acqua pura, grotte umide e castagni dalla corteccia profumata, la dea Artemide, sudata e stanca a causa di quella preda che ancora non si faceva vedere, decise di concedersi un bagno in compagnia delle sue ancelle.
Raggiunse uno specchio d'acqua incorniciato dai faggi e ne ammirò la superficie: l'acqua era fresca e pulita. Depose l'arco d'oro e le frecce e si sfilò piano la veste. Le graziose ninfe la imitarono, ridendo briose.
Il sole illuminò quei corpi d'avorio; la sua luce scivolò come un velo sui seni nudi e sui fianchi, scaldandoli.
Artemide si sciolse i capelli ed entrò in acqua per prima.
<<Non è fredda>>, disse e le ancelle si avvicinarono, ancora un po' titubanti. Con le mani a coppa la dea raccolse l'acqua e per gioco la lanciò alla fanciulla nuda alla sua sinistra.
<<Ah!>>, gridò ella proteggendosi come meglio poté. Si chiamava Anthia: era giovane e bella, con grandi occhi azzurri e capelli color grano. Sorrise e rispose allo schizzo, con fare battagliero.
Artemide rise e fra lei e le ninfe scoppiò una vivace guerra d'acqua. Si bagnarono, risero, si spinsero l'un l'altra nel tentativo di trascinarsi per gioco dove l'acqua era più profonda e infine si calmarono. Qualcuna andò a sedersi a riva, qualcun'altra stese sui rami dei faggi una veste che si era inzuppata per sbaglio, qualcun'altra ancora si rilassò accarezzando con la mano umida la schiena di una compagna.
Sotto il sole della Gargafia, Artemide e le sue fanciulle si rinfrescarono con grande piacere.

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Vigile e attento come il più esperto dei cacciatori, il principe Atteone scivolò nelle verdi profondità della selva, veloce come un soffio di vento. La fronte aggrottata, l’arco fra le mani; saltò arbusti, penetrò tra le foglie, si graffiò il volto ma non si fermò. Stava cercando il cinghiale: quello era l'obiettivo, il trofeo della giornata, ed egli era deciso a non lasciarselo scappare.
Era un abile cacciatore, uno dei migliori: allievo del centauro Chirone aveva appreso da lui l’antica arte della caccia e di quei preziosi insegnamenti aveva fatto tesoro al punto che ormai erano ben poche le prede in grado di sfuggirgli.
Si portò il pollice e l’indice alla bocca. Fischiò. Gli ultimi tre cani della muta, una cinquantina in totale, splendide creature dal corpo slanciato e muscoloso, recuperarono terreno. Erano rimasti indietro ma chiamati dal padrone sfracciarono subito tra gli arbusti, sollevando grosse zolle di terra nella frenesia della corsa.
Atteone fece loro un cenno: avanti, avanti!, e il branco si unì correndo compatto dietro alla preda. Si udirono gli ultimi fruscii sulle foglie ed ecco che gli abbai sfumarono, si fecero lontani. I cani arrivano sempre prima del cacciatore, si sa.
Atteone sorrise, accelerò il passo e… si fermò.
Voci.
Risate di donne. Acqua che schiocca.
Cos’è?
Il principe tese l’orecchio e volse il bel viso verso ovest. Ebbe un'intuizione e un sorriso deliziato gli illuminò il volto. I cani erano scomparsi, il cinghiale dimenticato: la curiosità e quelle dolci voci lo spinsero ad abbandonare il cammino ed egli si lasciò guidare da esse. Si tuffò nella selva proteggendosi gli occhi: i rami gli graffiarono le braccia, le foglie gli solleticarono la fronte. Spinto dalla curiosità Atteone fu sul punto di cadere, tradito da una radice sporgente, ma si sostenne a una quercia e proseguì, più veloce di prima. Sfilò tra castagni e betulle, attraversò a passo svelto un boschetto di alti faggi e finalmente le vide.
Là, davanti a sé.
Bellissime fanciulle.
Tremendamente vicine, a pochi passi di distanza.
Atteone si bloccò sgomento e si appiattì dietro al tronco di un grande faggio. Il cuore gli batteva forte, come impazzito: non si era aspettato di trovarle così vicine, a pochi metri da sé. Immobile, i palmi delle mani incollati alla corteccia, il principe sollevò lo sguardo.
Due delle fanciulle sedevano a terra, sull'erba calda del pomeriggio: una era intenta ad acconciare i capelli all'altra e di tanto in tanto le baciava il collo.
Erano tutte nude e belle. Si chinavano sullo specchio d'acqua a inumidirsi le mani e le guance con la disinvoltura di chi non sa di essere scrutato da occhi indiscreti; i glutei tondi, le cosce morbide, i capelli lunghi e boccolosi…
Atteone, stregato dallo splendore di quella visione, pensò che avrebbe potuto stare tutta la vita ad ammirare quelle bellezze.
E quei baci...
Si baciavano spesso quelle fanciulle: sulle labbra, sulle spalle, sul seno…
Atteone vede le due sedute davanti a sé scambiarsi un bacio con la lingua e sorridersi, e una fitta dal significato inconfondibile lo colpì sotto la cintura. Sentì le guance avvampare, il respiro farsi più pesante.
Accaldato si morse un labbro, portandosi con malizia una mano all'inguine, e i suoi occhi neri corsero alle ragazze in piedi nell’acqua.
Una di loro, ritta a pochi passi dalla riva, si stava lisciando i capelli umidi con le dita. Era splendida, più bella delle altre.
Eccitato Atteone ammirò i suoi seni sodi, i fianchi tondi, le femminilità umida e liscia poco più sotto… Tutto di lei era incantevole ed egli ne divorò avidamente ogni dettaglio: il viso rilassato, le labbra piene e lucide, i capelli umidi sulla... fronte.
Gli occhi del principe si spalancarono come se fosse stato colpito da un fulmine. Il calore sotto la cintura divenne gelo, il cuore mancò un battito.
La ragazza in piedi poco più avanti sfoggiava un diadema d’argento sulla fronte: una mezza luna. Atteone vide che brillava, quasi splendesse di luce propria. Subito notò l'arco d'oro e le frecce poggiati a terra.
Artemide...
Il principe capì di avere davanti a sé la dea della caccia e improvvisamente si sentì minuscolo, terrorizzato, un granello di polvere davanti alla magnificenza della dea.
Ma non scappò.
Indugiò ancora qualche istante, incapace di staccare gli occhi da quel corpo nudo e proibito.
Sapeva che Artemide era vergine e che nessun dio né mortale aveva mai dormito accanto a lei, e ciò rendeva il suo corpo prezioso, magnetico, irresistibile.
Il principe stampò quell’immagine nella memoria e con la mente assaporò ogni centimetro di pelle bianca: i fianchi, i capezzoli, quella fessura nascosta fra le gambe... Quanto avrebbe voluto entrare in quella fessura! Toccarla, deliziarla, baciarla e inginocchiarsi di fronte alla dea ed essere quell’uomo, il primo e l'unico ad averla tutta per sé…
Ma suo malgrado dovette accontentarsi e farsi bastare ciò che il destino gli aveva generosamente offerto: un ammaliante spettacolo di dea vergine e nuda circondata dalle sue ancelle. Di più non gli era concesso.
Atteone decise di allontanarsi e iniziò a farlo con estrema cautela. Svanita l'eccitazione, percepì la freddezza del terrore stringergli lo stomaco. Temeva l'ira di Artemide: era certo che non avrebbe mai tollerato una simile profanazione. Tra i mortali correva voce che ella non amasse affatto gli uomini e Atteone era convinto che ciò corrispondesse al vero.
Staccò piano le mani dal tronco di faggio, assicurandosi di non far rumore. Sollevò lo sguardo: la dea e le fanciulle erano ancora distratte. Tornò a studiare il terreno, scelse dove poggiare i piedi e indietreggiò di qualche passo, ormai sicuro di avercela fatta.
Ma qualcosa gli sfuggì.
Un rametto.
Gli scoppiò sotto il sandalo sinistro, secco e inaspettato. Uno schiocco che per un secondo sembrò zittire tutta la Grecia.
Le ancelle si voltarono di scatto, come cerbiatte spaventate. Avevano gli occhi enormi, gonfi di stupore, e Atteone si sentì trafiggere da quegli sguardi.
Subito guardò Artemide e vide il suo viso cambiare, impallidire.
In pochi istanti scoppiò il panico.
Le fanciulle scattarono come gazzelle terrorizzate: si coprirono i seni, ripresero le vesti, gridarono. Il placido specchio d’acqua si fece tempesta; schizzi, schiuma, onde. Una delle fanciulle si lanciò sulla dea e la coprì con una tunica.
<<Tu...>> La voce di Artemide era gelida.
<<Mi... mi dispiace...>>, balbettò Atteone. Le mani sollevate come un criminale, lo sguardo che non sapeva dove posarsi. Indietreggiò. <<N-non volevo, davvero! È stato un incidente! Me ne vado! Perdonatemi!>>
Ma la dea vergine non poté perdonare.
Con le guance ora rosse per la vergogna si sentì sporca, violata, disgustata. La rabbia le incattivì gli occhi facendoli brillare come smeraldi, mentre pensieri di fuoco le attraversavano la mente.
Mi hai vista, tu, SPORCO MORTALE, e ti è piaciuto. Lo so, lo so, ti è piaciuto quello che hai visto, ti ha eccitato, perché sei un uomo e sei lurido, e già pensi di andare a raccontare ciò che hai visto, a bere vino disteso su qualche gradinata con altri schifosi come te e a usare il corpo nudo della casta Artemide come argomento di conversazione. Perché ora tu puoi, l’hai visto. Hai visto tutto e per questo loro penderanno dalle tue labbra, eccitati e bavosi come i tuoi cani dietro ai caprioli. Ti senti importante. Orgoglioso. Bel bottino oggi, eh? Ma no, caro il mio cacciatore. Non nascondere il tuo sorriso di soddisfazione, so che l’hai là, agli angoli della bocca. Sorridi, te lo concedo. Sorridi per l’ultima volta.
Artemide, la tunica molle e umida davanti al corpo nudo, raggiunse veloce la riva.
Spaventato, Atteone indietreggiò e cadde a terra, come paralizzato. <<M-m-mi dispiace, è stato un incidente! Vado via!>>, ripeté.
La dea non lo ascoltò. Si chinò, raccolse dell’acqua in una mano e con violenza la scagliò addosso al cacciatore.
Atteone era distante diversi metri ma quel getto fu come un’onda dalla quale non poté fuggire. Sentì l’acqua fredda bagnargli i capelli, le gocce pesanti come noccioli di pesca.
Finalmente recuperò il controllo di sé, i muscoli tornarono a rispondergli. Si tirò su svelto e scappò nella selva.
Artemide rimase immobile, in silenzio, e con occhi ancora duri lo guardò allontanarsi nel fitto del bosco. Da lontano le giunse l'abbaio dei cani da caccia del profanatore.
Non è ancora finita, pensò.

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Atteone corse, come mai aveva corso in tutta la vita. Agile e veloce quanto una lepre, quasi non percepì il peso della stanchezza né i rami e gli arbusti che gli si pararono davanti durante la fuga. Non li sentì addosso, non li sentì graffiare. Il panico gli donò forza ed energia spingendolo a correre sempre di più, sempre più veloce, ma ad un certo punto capì di essere giunto all'apice della sopportazione fisica e mentale e di non poter più resistere.
Si fermò.
Artemide e le sue ancelle erano rimaste indietro, molto lontano; non lo stavano neppure inseguendo.
Atteone si convinse di essere al sicuro, di essere sfuggito all'ira della dea. Sentì i cani abbaiare in lontananza, i suoi adorati e fedeli segugi, e la loro presenza lo rincuorò spazzando via gli ultimi residui di paura. Pensò di fischiare per chiamarli ma dall’abbaio capì che non erano
abbastanza vicini da sentirlo e quindi proseguì il suo cammino a passo lento, sfiancato dalla disperata corsa di poco prima, fino a quando arrivò a una fonte: una lingua d'acqua cristallina che scorreva su un letto di sassi velati di muschio.
Atteone si chiese se si ricongiungesse al laghetto dove Artemide e le sue donne si stavano lavando, ma non approfondì quel pensiero.
Aveva sete. Una sete feroce: eccitazione e paura gli avevano inaridito la gola.
Si chinò sull'acqua e... lo vide.
Là, sulla superficie limpida.
Un muso di cervo.
Aveva occhi neri e brillanti, e grossi palchi da maschio adulto. Era incuriosito, come il giovane principe che ora si volta e non si vede, che scruta l’acqua e non trova il proprio viso, che si sente male, che si agita e vede il cervo sgroppare, che grida e non riconosce l’orrido suono che gli esce dalla bocca.
E lontano, dall’altra parte della selva, Artemide finì di punire il profanatore. Senza rimorso alcuno si impossessò dell’impeto predatorio dei cani e lo trasformò in pazzia, ed ecco che le bestie smisero improvvisamente di seguire la pista del cinghiale e si scagliarono nella direzione opposta come aquile in picchiata. Sapevano dove era la preda: era la dea a guidarle. E abbaiando furiosamente quel branco cieco di follia sfrecciò nella selva lasciandosi alle spalle polvere e bava schiumosa.
Atteone sentì che i cani stavano arrivando. La sensazione di sollievo di pochi istanti prima mutò in orrore ed egli capì che era finita: sarebbe morto e non vi era nulla che potesse fare per impedirlo.
Ma l'istinto di sopravvivenza si oppose con fermezza a quel senso di rassegnazione e feroce come i cinquanta cani che stavano per arrivare gli esplose in corpo, infiammandolo di voglia di vivere.
Il cervo sgroppò un’ultima volta e fuggì.
Il fogliame e i ramoscelli si piegarono al suo passaggio, il bosco intero gli sfrecciò accanto e si lasciò sfondare dalla potenza della sua corsa, quasi la rispettasse.
Col cuore che pompava per il terrore il principe giurò a se stesso che avrebbe corso per tutta l’eternità pur di avere salva la vita.
Ma non poteva scappare al volere degli dei, lo sapeva, perché i cani erano tutti dietro di lui.
Li sentiva abbaiare come pazzi, li percepiva sfondare i cespugli che egli aveva saltato appena pochi secondi prima.
Più veloce, più veloce, più veloce!
Poteva farcela.
Doveva farcela.
Saltò, curvò, saltò di nuovo.
E inciampò.
Il cielo azzurro e il terriccio volteggiarono, mescolandosi tra loro come i colori di una tavolozza. Il cervo scivolò sul fianco, si rialzò a fatica e ripartì… ma ormai era tardi. Aveva perso terreno, aveva perso la partita.
I cani gli arrivarono addosso: una massa di bestie furibonde che pareva uscita dalle profondità degli inferi. Iniziarono a morderlo ovunque, ad affondare le zanne nella carne, a squarciare la pelle.
No! Vi prego, no! Sono io! IO! Vi prego, lasciatemi! NO!
Atteone gridò ma imprigionato in quel corpo sconosciuto riuscì solamente a liberare un bramito sofferente. 
Alcuni cani strinsero le fauci sulle sue zampe e le tirarono, pazzi di eccitazione: le ossa si spezzarono e schioccarono sotto ai loro denti come rami secchi. Altri si fiondarono sul ventre e lo lacerarono iniziando a mordere famelici i visceri caldi, ad estrarli dalla gabbia toracica e a contenderseli l'un l'altro.
Il sangue traboccò dalle ferite e macchiò tutto: il pelo, le zanne delle bestie, i fili d'erba.
L'agonia del cervo fu lunga. Si sentì schiacciare da un dolore così acuto e potente da non capire nemmeno da che parte provenisse: la carne viva strappata dalle ossa, il muso straziato dai morsi, gli intestini riversi sul terriccio.
Poi, finalmente, arrivò una gradevole sensazione di freddo e tutto sembrò sfumare: il calore delle fauci dei segugi, i ringhi, l'odore ferroso del sangue.
Sfumò persino il dolore.
Il cervo abbandonò ogni resistenza e morì.

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Il principe Atteone, la dea nuda alla fonte, il sole fra le nuvole… ormai tutto apparteneva al passato.
Il tempo scivolò via e il manto della notte oscurò la valle della Gargafia, e sotto quelle stelle gli unici a non dimenticare furono i cani del cacciatore. Vagarono insieme tra i faggi e le querce, e disperati piansero l'amato padrone che non tornava, che sembrava averli abbandonati, e il loro triste girovagare li portò davanti a una grotta: la dimora del centauro Chirone.
Creatura superiore e immortale, Chirone sapeva cosa era accaduto all'allievo e intenerito da quelle fedeli creature, prive di qualsiasi colpa perché non consapevoli, decise di alleviare il loro dolore. Rientrò nella grotta e il cielo si era ormai tinto di rosa quando il centauro offrì ai segugi una statua di Atteone, realizzata con le sue stesse mani.
E finalmente i cani si rincuorarono. Smisero all'istante di uggiolare e si accucciarono ai piedi della statua, ritrovando il sonno e la pace perduti.
Erano felici di nuovo.

1 commento:

  1. Sempre pensavo che la storia di Atteone e' molto triste e il suo castigo e' molto ingiusto. Il povero ragazzo! Ma il racconto e' bellissimo, grazie!

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