sabato 20 maggio 2017

PER MIA FIGLIA (Ares, Poseidone, Alcippe, Alirrozio)


Attenzione: il racconto contiene scene che potrebbero impressionare.







   Ad Alcippe restava poco: tre, forse quattro minuti di confortevole normalità fatta di passi, profumo di mare e caldi raggi di sole tra i capelli; un lasso di tempo che una fanciulla di sedici anni non avrebbe mai potuto apprezzare appieno perché scontato, ovvio, impossibile da valorizzare nella sua banalità. Ma se anche avesse saputo con quanta efferatezza il male l’avrebbe aggredita di lì a una manciata di istanti, Alcippe non si sarebbe fermata a ringraziare gli Dei per la quiete offertole quella giornata, per il buonumore, per le simpatiche nuvolette a batuffolo che galleggiavano qua e là come sbuffi di fumo bianco, nel cielo vasto e blu del primo pomeriggio. La porzione di esistenza tra la pace e l’inizio dell’orrore sarebbe stata svuotata di ogni significato, perché la giovane avrebbe pensato a una cosa sola: correre, correre e ancora correre, fino a porre tra sé e il mare una barriera insuperabile fatta di case, recinti, alberi e monti. Avrebbe corso fino a sentire il ventre piegarsi per i crampi, fino a percepire alle proprie spalle una smisurata e rassicurante distanza che le rendesse impossibile scorgere anche solo una goccia di quelle azzurrissime acque marine, e solo allora, scoprendosi al sicuro, avrebbe permesso al proprio fragile corpo di crollare a terra, e il sollievo dello svenimento sarebbe stato dolce e avvolgente, come un abbraccio a lungo desiderato.
   Ma niente di tutto ciò sarebbe mai accaduto e Alcippe, inconsapevole e spensierata, proseguì per la sua via.  

domenica 5 marzo 2017

NATO DUE VOLTE - PARTE II (Zeus, Hermes, Dioniso)

   Attenzione: il racconto contiene scene che potrebbero impressionare






 Un’atmosfera elettrica, satura di ansia e timore, avvolgeva Tebe dall’alto stritolandola nella sua invisibile morsa. Le case di pietra grezza erano vuote; le strade gremite di tebani terrorizzati che gridavano e piangevano con le mani tra i capelli. Tutti avevano sentito il terremoto; quel tremendo boato che aveva fatto vibrare ogni mattone e che in un attimo li aveva scaraventati fuori dalle loro piccole abitazioni e botteghe, a cercare l’esterno. Era stato terrificante, ma anche rapido e squilibrato, come se tutta la potenza della scossa si fosse concentrata in un unico punto della città: il palazzo reale di Cadmo. Perché malgrado la paura e la violenza del terremoto, nessuna casa di Tebe era crollata; nessun tebano era rimasto ferito. La sciagura si era abbattuta proprio sulla dimora del re ed era là, alle mura del palazzo, che ora convergevano gli sguardi lacrimosi dei cittadini, e tutti si chiedevano cose ne sarebbe stato della città se l’amato fondatore e la sua famiglia fossero rimasti vittime di quella disgrazia. Dopotutto, lo spettacolo che si presentava davanti ai loro occhi non lasciava presagire nulla di buono: una parte del palazzo, quella più a est, dove si trovavano gli alloggi privati della principessa Semele, era irrecuperabilmente danneggiata e stava per collassare su se stessa; dalle finestre uscivano fumo nero e lingue di fuoco. Pochi minuti e di essa sarebbero rimaste solo macerie.
Giunto a Tebe, Hermes capì immediatamente dove doveva andare. Saettò sopra la folla e la frenesia di quella calca gli fu subito addosso: bambini urlanti, cani che abbaiavano, donne dal viso rosso e lucido che singhiozzavano e imploravano gli Dei. Il messaggero non li degnò di uno sguardo e si lanciò in direzione del palazzo; una scheggia dorata nel blu del pomeriggio. In pochi lo videro e lo riconobbero, tanto fugace fu la sua apparizione, ma quei pochi lo avrebbero in seguito ricordato, quando quel giorno e quegli eventi sarebbero sfociati nel mito e così consegnati all’eternità. Ma era ancora presto, la storia ancora in corso, e come una freccia scoccata dal cielo Hermes perforò la fitta coltre di fumo e fiamme che usciva dalle finestre della camera di Semele, e vi s’infilò dentro.
Subito lo accolsero il calore e il fuoco; nastri roventi, rossi e gialli, gli sfarfallarono addosso senza scalfirlo. L’aria era fosca e densa, il puzzo di bruciato pungente.
D’istinto, il Dio espanse la propria aura celeste; uno scatto di energia intensa, che come un’enorme bolla d’aria fresca spinse il fumo fuori dalle finestre, dando un po’ di respiro all’ambiente. Con la coda dell’occhio percepì la devastazione che lo circondava. Le fiamme si erano attaccate ovunque: tavoli, scranni, cassoni, tende. Gli ampi tappeti che coprivano il pavimento ardevano come paglia; il soffitto di pietra e legno, da cui piovevano cenere e scaglie di calce, aveva già ceduto sul fondo e due possenti travi erano crollate davanti alla porta, bloccandola con un muro di fuoco. Hermes sentiva le grida dall’altra parte della barriera: qualcuno stava tentando di entrare, ma le travi erano troppo pesanti.
Non era un suo problema.
Il suo unico problema era là, davanti a sé. 
Si passò una mano sulla bocca e si gettò verso il talamo al centro della stanza. Il fuoco ne cingeva la struttura in bronzo, tentando d’intaccarla; il materasso era in fiamme; polvere e scintille galleggiavano nell’aria torrida e crepitante, conferendo a quello scenario di distruzione un’atmosfera insolitamente bella. E su quel letto di fuoco, così simile alle pire funebri su cui ardevano i corpi degli eroi, Semele giaceva nuda e immobile, irrorata della luce dell’incendio. 

venerdì 3 marzo 2017

NATO DUE VOLTE - PARTE I (Zeus, Era, Hermes)



 


Seduto sul suo scintillante trono d’oro, Zeus, signore dell’Olimpo, ascoltava il proprio respiro nell’attesa che la calma e la lucidità tornassero a fargli visita. Un silenzio glaciale, quasi assordante, aleggiava nel grande tempio e la sua immota profondità aumentava a dismisura il peso del dramma che si era consumato di fronte agli occhi del Dio, appena pochi minuti prima.
Cosa ci faceva sulla Sacra Montagna? Perché era corso a cercare conforto nella quiete e nel vuoto, come se questi potessero aiutarlo a dimenticare ciò che aveva fatto? 
Quel tremendo silenzio, in cui ogni suo respiro cadeva pesante come un macigno, gli sembrava folle, insostenibile, e lo stava odiando sempre di più. Eppure, malgrado il cuore spaccato, il Dio non si muoveva. Il possente corpo era affondato sul trono, privo di forze; i gomiti poggiati sui lucidi braccioli; il volto nascosto dietro alla mano.
Basta…
Che avesse gli occhi aperti o le palpebre calate, Zeus continuava a rivedere quella scena, a riviverla, come se fosse ormai incisa sulla sommità della sua mente, al di sopra di qualsiasi altro pensiero e ricordo. La voce di Semele, la sua innamorata, che con femminile insistenza lo invitava a rivelarsi a lei in tutto il suo divino splendore; le morbide mani che gli accarezzavano le spalle; il profumo di fanciulla nuda e calda, pronta a concedersi a lui e a farlo impazzire… se solo lui avesse accolto la sua richiesta. E quella sensazione di ricatto, di ostacolo impossibile da oltrepassare, perché Semele era tanto bella quanto testarda e non avrebbe mai mollato la presa; e la rabbia, la voglia, l’impazienza… quella fiammata di passione violenta che dal petto era salita ad incendiargli la fronte e le guance…
E infine l’arrendevolezza. Il punto di non ritorno.
(d’accordo)
Il Dio prese a massaggiarsi la fronte corrugata.
(abbandonerò queste fattezze umane e ti mostrerò la mia luce, purché tu la smetta con queste sciocchezze e ti conceda ancora a me!)
Poche parole, pronunciate con evidente stizza, e il destino della fanciulla era stato segnato. Ma nell’udirle lei aveva sorriso d’entusiasmo e soddisfazione, come sorridono le donne quando riescono ad averla vinta, e senza attendere un istante di più lui si era tirato su col busto, aveva allargato le braccia e si era trasformato.
Basta… basta…
Con che indescrivibile velocità l’idillio amoroso era mutato in tragedia! Con che energia il potere ereditato da suo padre Crono gli era sfuggito di mano, non appena si era mostrato all’amata mortale senza trucchi né incantesimi! L’elettricità delle folgori era scoppiata nella stanza come un temporale; un boato terrificante aveva scosso le pareti del palazzo reale, le travi del soffitto, i pavimenti. Tutta Tebe aveva tremato e Semele, povera sventurata, era stata travolta in pieno da quell’ondata di luce e fulmini, divina essenza di Zeus, e il suo corpo nudo e bianco si era acceso come un tizzone.
Mai il Dio si sarebbe liberato di quelle immagini, di quei dettagli così dannatamente nitidi e mostruosi, o almeno così credeva, e mentre l’orrore gli scorreva davanti, le sue dita affondavano nelle palpebre chiuse, a strizzare gli occhi.
Innumerevoli erano state le morti a cui aveva assistito, prima ancora di prendere dominio dell’Olimpo, come innumerevoli erano stati i castighi e le sofferenze che aveva inflitto a tutti coloro che avevano osato alzare la testa e oltraggiarlo. Forte, severo e possente, non era tipo da lasciarsi impressionare facilmente dall’agonia, men che meno da quella umana. Eppure, quand’era innamorato, Zeus soffriva molto, e la morte accidentale di Semele, macabra come poche, persisteva nel tormentarlo come il peggiore degli incubi. La pelle candida che, cinta dalle folgori, si arrossava fino a ustionarsi; il corpo che si contorceva in preda alla sofferenza e allo sgomento; gli occhi fuori dalle orbite; la bocca spalancata, così spalancata che la mascella pareva quasi sul punto di dislocarsi; e le grida… quelle grida strazianti…
Zeus si stropicciò il volto con la mano e lo sentì più caldo che mai. Quanto tempo poteva essere passato da quando aveva lasciato Tebe? Cinque minuti? Dieci? Venti? Sentiva ancora l’odore di carne bruciata nelle narici; la ruvidezza di quella pelle fumante sotto le dita.
Dato un freno alla propria luce prorompente, mentre il fuoco scatenato dalle folgori andava divorandosi la stanza, con mano incerta aveva sfiorato il ventre di Semele, quasi non riuscisse a credere ai propri occhi e avesse bisogno di toccare la realtà per accettarla, e subito aveva sentito le labbra arricciarsi per il disgusto e il dolore. Ma, malgrado lo sconvolgimento, non aveva ritirato all’istante le dita e una vivace scintilla si era accesa nella sua testa; un barlume di consapevolezza, che ora contribuiva ad acuire il suo male.
Riprese a torturarsi la fronte, quando dei passi echeggiarono sul liscio pavimento in pietra del tempio.

sabato 26 novembre 2016

IL PIACERE DELLA VENDETTA (Ade, Persefone, Teseo e Piritoo)

Attenzione: il racconto contiene scene di violenza




Lungo le nere sponde del fiume Stige, Ade passeggiava con cuore calmo, accompagnato dalla moglie Persefone. L'aria era umida, pesante. La volta del cielo, grigia e fosca, pareva fondersi con la terra, come se tra le due non vi fosse più alcuna distinzione e il mondo intero non fosse null'altro che una slavata imitazione di se stesso. Negli Inferi tutto perdeva la sua identità e la sua importanza, facendosi ombra tra le ombre, e persino lo straziante pianto dei defunti, traghettati da Caronte da una sponda all'altra dello Stige, smarriva la propria energia non appena le anime s'incamminavano nei meandri dell'Oltretomba, consce di non poter più tornare indietro, e di quel pianto non rimanevano che lamenti trascinati e gemiti privi di vita. E in mezzo a quell'angoscia fatta di lacrime e rimpianti, i due Signori degli Inferi passavano lenti, distaccati, senza lasciarsi influenzare da essa in alcun modo: a quel tetro spettacolo erano ormai entrambi abituati, nonostante lo sbarco delle ombre non riempisse i loro animi dei medesimi sentimenti.
Ade, a differenza della moglie, s'inorgogliva nel contemplare i suoi nuovi sudditi riversarsi a fiotti oltre lo Stige, e per loro, per ognuno di loro, provava un forte senso di possessione materiale. Erano suoi, finalmente suoi, dopo aver trascorso anni in superficie a ingraziarsi Zeus e gli altri Dei dell'Olimpo; a vivere vite insignificanti, gloriose, misere, emozionanti... vite dai mille colori, che ora avrebbero condizionato il loro futuro nel regno della morte. Ma che quelle anime novelle finissero con l’ardere di dolore nel Tartaro, che vagassero smarrite nella Prateria degli Asfodeli o che godessero della pace nei Campi Elisi, ad Ade non importava: gli bastava saperle sue, pronte a riconoscergli l'autorità che sapeva di meritare al pari dei suoi fratelli.
Persefone, invece, non guardava alle ombre con orgoglio, pur essendone la regina. Sfilava tra loro senza fissarne nessuna in particolare, mentre il suo sguardo coglieva l'ambiente nella sua interezza. Erano trascorsi tanti anni dal giorno in cui la terra si era squarciata sotto ai suoi piedi e Ade, a bordo di un cocchio scintillante trainato da cavalli neri come la notte, l'aveva afferrata trascinandola con sé giù negli Inferi, e da allora molte cose erano cambiate. Quel matrimonio, nato dalla forza e dall'inganno, col tempo aveva dissipato la mole di tristezza che le schiacciava il petto, e a sorpresa, come un frutto dalla buccia amara e il cuore sorprendentemente dolce, si era fatto gradevole, accogliente, caldo; un'unione salda e profonda, che era riuscita a farla sentire amata per davvero, e non solo desiderata. E così com'era cambiato il suo rapporto con Ade, era cambiata anche lei, cominciando a percepirsi regina degli Inferi e mettendo da parte la propria empatia nei confronti delle anime piangenti che brulicavano per tutto l'Oltretomba. Era stata costretta a farlo, a spogliare quelle ombre d'importanza e valore. Nessuno avrebbe potuto salvarle tutte, rovesciando l'ordine delle cose e scaraventando nel caos il regno dei viventi: quella era la triste realtà, e Persefone, pur conservando intatto il proprio animo misericordioso che tanto la rendeva amata dai mortali, l'aveva accettata, non potendo fare altrimenti.
Trascinandosi dietro l'oscurità ad ogni passo, il Dio si fece strada nella nebbia. Teneva la moglie a braccetto e di tanto in tanto la guardava, innamorato del suo giovane viso di donna. Bionda e bellissima, Persefone era come una rosa dai candidi petali, sbocciata dalla sterile terra infernale; un fiore prezioso, profumato, splendido, di cui Ade era gelosissimo e che non si sarebbe mai stancato di ammirare. Ma i loro occhi faticavano a incrociarsi. Lo sguardo di lei era fuggevole, concentrato sulle anime che dal traghetto di Caronte scendevano ad affollare la riva dello Stige. Qualcosa la turbava.
Ade posò la mano su quella della Dea, stretta al suo braccio. «Cosa c'è?» domandò, inclinando di poco il capo.
Persefone indicò le ombre tutt'intorno. «Guarda che affollamento. Non hai anche tu l'impressione che ultimamente il flusso di defunti si sia intensificato?»
«Infatti è così.» Il Dio annuì, accarezzando piano le dita della moglie. «Pare che i Messeni siano di nuovo in guerra con gli Spartani e che i soldati di entrambi gli eserciti stiano cadendo a terra uno dopo l'altro, come foglie dagli alberi. Non so chi la spunterà, ma so per certo che lassù Ares si sta dando da fare.»
«Guerra.» Persefone parlò con tono di biasimo, rivolgendosi a se stessa. «Ma certo, avrei dovuto immaginarlo...»
«Ma no, mia cara.» Ade si fermò, offrendo alla Dea uno dei suoi lievissimi sorrisi, tra la dolcezza e la malinconia. «Il numero di nuove ombre può aumentare per le ragioni più svariate e imprevedibili. Le epidemie, per esempio, a parità di tempo possono offrirci molti più sudditi rispetto a una guerra e...»
«Mio Signore!» Una voce maschile, smorzata dall'affanno, colse alle spalle i due sovrani, facendoli sussultare. «Finalmente vi ho trovato!»
Marito e moglie si voltarono e un uomo alto e pallido, dagli occhi sporgenti e il viso scavato, si arrestò di fronte a loro, tutto trafelato: era uno dei servitori personali del Dio, uno dei più fedeli.
«Che succede?» domandò Ade, sulle spine. Non ricordava quand'era stata l'ultima volta che aveva visto uno dei domestici correre da lui in quel modo, e con quell'agitazione in corpo.
«Due uomini!» ansimò il servitore. «Due viventi!»
Nell'udire quelle parole lo sguardo di entrambi i coniugi si accese.
«Sono entrati a palazzo e pretendono un'udienza. Dicono che è molto importante.»
«Chi sono?» chiese Ade.
«Teseo di Atene, e Piritoo, principe dei Lapiti. Si sono annunciati così.»
Il Dio tacque qualche secondo, frugando nei propri ricordi. Legato com'era al regno degli Inferi gli capitava molto raramente di risalire in superficie, ed era attraverso i resoconti degli altri Dei, in particolare quelli di Hermes il Messaggero, che entrava in contatto con quel mondo, scoprendone vicende e personaggi degni di nota. «Teseo di Atene» ripeté, annuendo. «Eroico principe, figlio di Egeo. Sì, il suo nome è giunto alle mie orecchie. Questo Piritoo invece non lo conosco.» Ade guardò la moglie che, a differenza sua, trascorreva metà dell'anno nel regno dei viventi. «Tu, mia cara, l'hai forse sentito nominare?»
Persefone scosse la testa. «Non mi sembra. Però posso immaginare per quale ragione entrambi siano discesi negli Inferi...»
«La ragione è sempre la stessa.» Ade annuì, condividendo il pensiero della sua regina che, come lui, era pronta a ricevere le suppliche dei due visitatori affinché uno dei loro cari potesse lasciare l'Oltretomba e tornare in superficie. Dopotutto era già capitato in passato e, considerato l'ardore che scuoteva i cuori di certi mortali, probabilmente sarebbe capitato ancora. Ma stavolta c'era qualcosa di diverso, d’insolito, a giudicare dal panico che aveva preso il sopravvento sul povero servitore. E Ade, pur non avendo ancora visto i volti dei due uomini che con immensa boria pretendevano un'udienza privata come se questa gli fosse dovuta, era già maldisposto nei loro confronti e impaziente di cacciarli dal suo regno. «Andiamo» disse, cingendo con un braccio il fianco della moglie, e con lei fece per incamminarsi in direzione del palazzo. «Il dovere chiama.»
«Mio Signore…»
Ade lanciò un'ultima occhiata al servo.
«Vi stanno attendendo a spada sguainata...»
Persefone sussultò, colpita da quelle parole, ma il Dio degli Inferi non batté ciglio. «Mi dispiace per loro» rispose, e con la moglie si avviò verso casa, lasciandosi alle spalle il fiume Stige.

domenica 16 ottobre 2016

IL POMO DELLA DISCORDIA - PARTE II

ATTENZIONE: il racconto contiene scene di nudo e allusioni sessuali



   Benché vantasse un viso dai tratti nobili e aggraziati, che in certi contesti pareva quasi smascherare le sue origini regali, il giovane Paride non sapeva di essere un principe, né era a conoscenza delle incredibili vicissitudini che l'avevano condotto sul Monte Ida quand'era ancora in fasce, e non vi era di che stupirsi. 
    Come avrebbe potuto sapere che suo padre Priamo aveva progettato di ucciderlo, terrorizzato da una profezia che vedeva proprio in quel suo figliolo appena nato il responsabile della futura distruzione di Troia? Come avrebbe potuto sapere che Agelao, lo stesso uomo che con tanto affetto lo aveva cresciuto tra i boschi dell'Ida, invece di portare a compimento quell'orribile delitto impostogli dall'alto aveva scelto di disobbedire, salvandogli così la vita e mettendo a rischio la propria? Come avrebbe potuto sapere ciò che il destino gli aveva celato fino ad allora, incastrandolo in un'esistenza piatta e noiosa che non era la sua?
Ignorava persino di chiamarsi Paride. Agelao, per celare la sua identità e offrirgli una vita il più sicura possibile, gli aveva cambiato il nome in Alessandro, “il difensore di uomini”, ma era questione di poco prima che il Fato gli si schiantasse addosso, rivelandogli la verità e rendendo memorabile per anni a venire quell’assolata mattina che, ai suoi occhi ignari, si presentò identica a tutte le altre.
Alzatosi all'alba, al primo canto del gallo, il ragazzo aveva condotto le pecore sui pascoli del Monte Gargaro, la vetta più alta dell'Ida, e là, seduto su di masso, controllava pigramente che le bestie non si allontanassero troppo l'una dall'altra cacciandosi nei guai.
La brezza mattutina soffiava lieve tra le fronde; il cinguettio delle allodole, appollaiate sui rami, rallegrava l'aria, mescolandosi al liquido sciacquio dei ruscelli che dalle sorgenti del monte scorrevano a fondovalle, a rifornire d’acqua limpida i villaggi. E mentre Paride era impegnato ad annoiarsi, riuniti sulla cima dell'Olimpo gli Dei lo osservavano senza mai staccargli gli occhi di dosso, neppure per un istante. A breve, Hermes e le tre Dee si sarebbero presentati al suo cospetto, spingendolo ad accettare lo sgradevole ruolo di giudice in quella gara di bellezza, e tutti si chiedevano come il giovane avrebbe reagito nel trovarsi davanti non una, ma ben quattro creature celestiali, e a chi mai avrebbe scelto di offrire il tanto ambito pomo d'oro.
«Povero fanciullo» esordì con tono materno Demetra, una delle poche divinità a mostrare empatia nei confronti del mortale. «Per quanto possa decidere con saggezza, nulla lo salverà dall'ira delle due Dee perdenti.»
«Se è furbo darà la mela a Era» affermò Zeus, che come tutti conosceva bene l'animo follemente vendicativo della consorte, capace delle peggiori nefandezze pur di difendere il proprio onore. «Ma se è onesto solo la metà di quanto io credo che sia, allora non potrà fare a meno di inchinarsi di fronte alla magnificenza di Afrodite.»
Poseidone prese a lisciarsi con una mano la barba azzurrina, pensieroso. «Spero vivamente che ciò avvenga. È lei la più bella, la più sensuale, ma se anche il ragazzo si lasciasse intontire dall'innegabile eleganza di tua moglie, io mi reputerei ugualmente soddisfatto. Ciò che mi preme è che Atena non ne esca vincitrice.» Nel riportare a galla vecchi ricordi di dispute e scontri avuti con la Dea, il Dio del Mare indurì lo sguardo. «Non merita quel pomo e sarebbe una pazzia darglielo.»
«Suvvia, fratello, ora non esagerare!» replicò Zeus, infastidito nel sentir parlare in quel modo della sua figlia prediletta. «Atena è tanto graziosa quanto intelligente, e con le sue doti è in grado d’ammaliare il figlio di Priamo e conquistare onestamente il trofeo. Non macchiarti d’ingenuità dando per scontata la sua sconfitta.»
«Ogni poro del suo corpo sprizza superbia e le sue forme non sono prosperose a sufficienza da compensare quell'aura di altezzosità che tanto me la rende odiosa. Come pensi che potrà mai conquistare Paride, o qualsiasi altro uomo, una Dea così dominante nell'atteggiamento?»
«Io mi limito a osservare ciò che accadrà, confidando nelle capacità di discernimento del mortale e affidandomi al suo giudizio, così come dovresti fare tu.»
«Non dirmi ciò che devo fare! Sai che non lo tollero!»
«Allora taci, che i tuoi sgradevoli commenti mi stanno innervosendo!»
«Via, via, non litigate!» esclamò Dioniso con un largo sorriso, offrendo a entrambi i fratelli due coppe di vino rosso, colme fino all'orlo. «È solo una sciocca competizione tra femmine, non c'è motivo di prenderla a male!»
«Sciocco è chi considera sciocca questa disputa» replicò Apollo scoccando un’occhiata stizzita in direzione del Dio del Vino, di quelle che si rivolgono agli stupidi senza speranza. «In qualsiasi modo essa si concluda, porterà malumore e inevitabili vendette.»
«Non essere così negativo, fratello mio! E se le Dee perdenti reagissero mostrando rispetto e maturità? Non lo si può escludere a priori...»
«Non ho mai udito nulla di più stupido, eppure ormai dovrei essere abituato alle tue idiozie!» Apollo arricciò gli angoli della bocca in un sorriso sarcastico, poi tornò serio. «No, non pensarci nemmeno. Secondo me, le perdenti si infurieranno come bestie!»
«È vero, ha ragione Apollo. La prenderanno a male!» esclamò qualcuno dal fondo.
«No, secondo me ha ragione Dioniso» gli rispose qualcun altro. «Dopotutto si tratta solo di una stupida mela. Perché prendersela tanto a cuore?»
«Parli come se non conoscessi le donne e ciò di cui sono capaci!»
«Il punto non è il pomo di per sé, ma ciò che rappresenta!»
«Non dico che Era e Atena non se la prenderanno! Dico solo che mi è arduo credere che siano capaci di vendicarsi per così poco.»
«E chi ti dice che saranno loro le sconfitte?»
«Ma ha ragione, la vittoria di Afrodite è scontata! Che senso ha negarlo?»
«Vincerà Era, ve lo dico io.»
«No, vincerà Atena! Paride si lascerà stregare dal suo portamento fiero e dalle sue belle parole, e le offrirà il pomo!»

domenica 25 settembre 2016

IL POMO DELLA DISCORDIA - PARTE I





Un tripudio di colori, profumi e canti animava i verdi boschi del Monte Pelio, in festa per l’unione più attesa e chiacchierata del secolo: il matrimonio tra la nereide Teti e il mortale Peleo, celebrato al cospetto di Zeus e di tutti gli Dei maggiori, discesi dall'Olimpo per presenziare al lieto evento e offrire agli sposi i propri doni e la propria benedizione.
Il simposio si svolse davanti alla grotta del centauro Chirone, nascosta nei meandri della montagna, e attorno alla più grande delle tavole imbandite per l’occasione, luccicante di piatti e coppe d’oro, gli Dei si godevano il banchetto, seduti su dodici troni tempestati di diamanti. Calici alla mano, sorseggiavano vino e nettare, mentre tutt’attorno regnava l’euforia. I centauri, compagni di Chirone, scalpitavano festosi e già un po’ ebbri; le Muse, riunite a cerchio, intonavano canti melodici accompagnate dalla lira del talentuoso Orfeo, conquistandosi occhiate di ammirazione da parte di Apollo, seduto al tavolo degli Olimpi accanto alla sorella Artemide; Ebe la Coppiera girava senza sosta tra gli invitati, riempiendo loro le coppe e sorridendo con cortesia, mentre Pan soffiava energicamente nella zampogna, inquinando con le sue note stonate la perfezione della lira di Orfeo e infiammando di divertimento gli animi delle Menadi, seguaci di Dioniso, che ubriache giacevano sul prato a ridere l’una dell’altra con le tuniche macchiate di vino.
L’allegria era alle stelle, gli animi deliziati dal calore dei festeggiamenti.
E tra una coppa di nettare e l’altra, quando l’attenzione di tutti pareva spostarsi altrove, tra gli Dei volavano sguardi eloquenti, che nella loro immediatezza rivelavano conflitti irrisolti, sentimenti di stima mai confidata e amori segreti.
Un osservatore attento li avrebbe colti tutti, a cominciare dalle occhiate perentorie che l’elegante Era, Signora degli Dei, lanciava al marito ogni qualvolta i suoi occhi si soffermavano con troppa insistenza su una delle donne con cui in passato aveva condiviso il letto.
Per la Dea non era affatto facile godere appieno di quei rari momenti di unione familiare, perché tante, troppe, erano le ex amanti di Zeus che vi prendevano parte e che puntualmente si presentavano a testa alta accompagnate dai figli avuti insieme a lui: la bella Maia, che per figlio vantava Hermes, il Messaggero; la sorella Demetra, che gli aveva dato Persefone; la titanide Mnemosine, con cui aveva generato le Muse; la pleiade Elettra, dal cui ventre era nato Dardano, progenitore di Troia...
Ormai non vi era più alcuna traccia di passione a unire Zeus e quelle donne, ma Era, visceralmente corrosa dalla gelosia e dal sospetto, naturali conseguenze di millenni di infedeltà e menzogne, non poteva fare a meno di folgorarlo con lo sguardo non appena lo scopriva a sorridere loro, sebbene quelli del consorte fossero sorrisi rilassati, del tutto privi di malizia.
Era più forte di lei, un bruciore che non poteva contenere in alcun modo, neppure sforzandosi.
E quando Zeus incrociava il suo sguardo duro e notava quella particolare smorfia di indignazione che le increspava le labbra, un moto di nervosismo gli faceva puntualmente mutare espressione, spingendolo a provare fastidio e compassione al tempo stesso nei confronti di quella moglie tanto fedele quanto oppressiva. Ma pur di non infilarsi in situazioni sgradevoli, il Dio la accontentava, perdendosi in futili chiacchiere ora con suo fratello Poseidone, ora con Dioniso, ora con lei, e seppur per qualche minuto tutto pareva acquietarsi, fino al momento in cui una delle donne incriminate non si intrometteva nel discorso, riconquistando la sua attenzione e, insieme ad essa, anche l'astio di Era.
Ma nessuno dei presenti a quel simposio era tanto abile a comunicare con lo sguardo quanto Ares, Signore della Guerra e del Sangue.
Il Dio sedeva a fianco della madre Era, vicino alla coppia di sposi. Fiero sul suo trono indossava un'armatura di bronzo lucido dalle cui spalle pendeva un mantello rosso, che gli conferiva un aspetto autorevole e, per certi versi, minaccioso. Un elmo bronzeo, dalla superficie intarsiata e dal lungo pennacchio nero in crine di cavallo, gli scintillava sulla fronte, calando un velo d'ombra sui suoi occhi ambrati, che ciononostante continuavano a brillare, accesi di desiderio.
Si portò la coppa alle labbra e prese un sorso di vino, senza mai staccare lo sguardo dall'oggetto del suo amore.
Lei.
Afrodite.
Signora della Bellezza e dell'Amore.

sabato 11 giugno 2016

LA SPOSA DI DIONISO (Dioniso e Arianna)




Sopra l'isola di Nasso, verde gioiello nel cuore del Mediterraneo, le nuvole scorrevano lente nel cielo del pomeriggio, sfiorando col loro tocco ombroso ogni dettaglio di quella natura incontaminata: le coste rocciose del nord, a picco sul mare; le colline ricche d'acqua che dall'interno sfumavano ad ovest in vaste pianure; le spiagge di sabbia color avorio, fini e soffici come farina. E gli ulivi, i cedri, i faraglioni, le cave di marmo, i sentieri battuti dalle bestie selvatiche... Su ogni zona dell'isola di tanto in tanto calava un velo d'ombra che ne spegneva i colori, ma pochi minuti dopo le nubi spinte dal vento proseguivano il proprio cammino lasciando che la luce del sole tornasse a baciare la terra, e tutto si faceva di nuovo splendido, caldo, intenso.
Era una di quelle placide giornate in cui è gradevole sdraiarsi sull'erba a interpretare la forma delle nuvole; in cui quasi si avverte il bisogno di abbandonare ogni attività e concedersi il lusso di perdere un po' di tempo all'aria aperta, senza pensare più a nulla.
Ma a Nasso a godere del calore del primo pomeriggio furono solo le lucertole, uscite dai propri nascondigli tra le pietre per scaldarsi e rinvigorirsi, e nessuna voce d'uomo né risata di bambino si intromise in quel particolare sottofondo fatto di canti di cicale, sciabordio d'onde sul bagnasciuga e richiami di gabbiani.
L'isola era completamente deserta.
Una perla di rara bellezza che nessun mortale mosso da ambizione aveva ancora reclamato come suo possedimento, e che proprio per questo vantava il fascino tipico delle terre vergini e selvagge.
Eppure a Nasso qualcuno c'era: una presenza discreta e silenziosa, quasi impercettibile alla vista, come fosse divenuta anch'essa parte dell'ambiente che l'avvolgeva.
Era una fanciulla.
Giaceva addormentata su una delle lunghe spiagge bianche che cingevano la costa occidentale, e a vederla così, sdraiata sul fianco col corpo snello accarezzato ora dal sole ora dall'ombra, sola in mezzo al nulla, chiunque, anche il più impassibile tra gli uomini, avrebbe spalancato la bocca e dubitato dei proprio occhi.
Era come un'apparizione, una figura incantevole che pareva esser stata partorita con dolcezza dal mare e lasciata là, sulla candida spiaggia, in attesa d'essere scoperta e destata con un bacio.
Ma la giovane non era un dono delle onde bensì una creatura mortale, le cui vesti dalle bordature in oro e la pelle diafana ne rivelavano la natura nobile.
Era Arianna, principessa di Creta.
Riposava sull'ampio himation di lana che Teseo, il suo amato, si era sfilato di dosso non appena erano sbarcati a Nasso, distendendolo a terra in modo che lei potesse sdraiarsi sulla spiaggia senza che la bella tunica le si riempisse di sabbia. La sua espressione era rilassata, il sonno profondo e appagante; un sonno denso di sogni ed emozioni, che come neve al sole si stava a poco a poco sciogliendo, tanto che la fanciulla iniziava a percepire in lontananza il profumo dell'eroe di cui l'himation era pregno: una fragranza maschile che sapeva di sale e pregiati oli per il corpo, l'unico profumo che avrebbe mai potuto emanare un giovane principe che sfidando la morte si era ricoperto di gloria e che ora, a testa alta e col cuore traboccante d'orgoglio, trascorreva le giornate a navigare per il mare in direzione di casa, impaziente di diffondere la propria leggenda.
Teseo era un ambizioso, un guerriero dall'animo impavido che la natura aveva dotato di notevole fascino, oltre che di gran coraggio e ardore, e Arianna lo amava.
Lo aveva amato dal primo momento che aveva incrociato i suoi occhi bruni a Creta, poco prima che entrasse nel Labirinto di Cnosso, e pazza di lui aveva fatto il possibile per salvarlo da un destino infausto. Sapeva che, in quanto erede al trono di Atene, Teseo era venuto per uccidere il Minotauro, l'orrendo mostro metà uomo e metà toro che viveva rinchiuso all'interno del labirinto e che da anni, con la piena approvazione di Minosse, Re di Creta, si cibava di fanciulli appositamente inviati dalla città attica, suo malgrado sottomessa ai cretesi, così come sapeva che non sarebbe mai stato capace di trovare da solo l'uscita del labirinto, se anche fosse riuscito ad avere la meglio sulla bestiale creatura.
Quello di Cnosso era un labirinto fitto, un'opera d'incredibile ingegno da cui solo Dedalo, il suo costruttore, sarebbe stato capace di uscire. Ma Arianna, che vantava una mente altrettanto brillante e un cuore innamorato che l'avrebbe spinta a fare qualsiasi cosa, aveva escogitato in tutta fretta un sistema per permettere all'amato di ritrovare la via d'uscita: sarebbe bastato un gomitolo di lana, che srotolato durante il percorso gli avrebbe impedito di perdere l'orientamento e gli avrebbe fatto raggiungere in pochi minuti l'unico sbocco del labirinto, che era entrata e uscita allo stesso tempo. Un trucco tanto semplice quanto efficace.
E quando il principe era finalmente uscito, accaldato e sudato per lo scontro con il mostro ma con un sorriso trionfante a illuminargli il viso, Arianna aveva sentito le gambe tremare per l'emozione.
Quanto le era sembrato bello, forte, eroico...